La sera che Chiara se ne andò pioveva. Una di quelle piogge sottili di inizio primavera che si trascinano per giorni e il cielo è sempre grigio chiaro, liscio, che sembra di alluminio, e pensi che rimarrà sempre così.
Non ti aspetti che il cielo si rassereni, non ti aspetti che esploda un temporale.
A me tutto sommato quel tempo non dispiaceva; la pioggia non mi dava nessun fastidio, che tanto passavo dalla tettoia del parcheggio dell’ufficio al garage di casa senza prendermene nemmeno una goccia.
Se Chiara mi avesse sentito fare queste considerazioni si sarebbe arrabbiata, avrebbe iniziato a tempestarmi di accuse: «Ma come fai a dire una cosa del genere? Non ti accorgi di quanto triste sia questo tempo? Come fa a piacerti questa monotonia? Io non la sopporto più!».
Era anche per questo che ultimamente cercavo di limitare il più possibile le mie conversazioni con lei. Sembrava presa da una specie di fuoco del cambiamento che io non riuscivo a capire.
Arrivai vicino a casa e vidi che la macchina di Chiara era parcheggiata fuori; la cosa non mi stupì perché da un po’ di tempo aveva iniziato ad uscire abitualmente la sera. Senza di me.
Non posso negare che questo mi desse fastidio, ma non ero ancora riuscito a trovare il modo di parlargliene.
In realtà erano tante le cose di cui avrei voluto discutere con lei; tante delle sue scelte e delle sue azioni ultimamente mi urtavano, mi parevano inopportune, imbarazzanti, addirittura a volte mi facevano paura.

Da qualche mese Chiara era cambiata: la donna sobria, elegante, misurata che mi era stata accanto per quindici anni sembrava essere svanita.
Aveva iniziato il suo cambiamento con un piccolo dettaglio: una sera, la sera del suo quarantesimo compleanno, proprio mentre ci preparavamo per andare a cena fuori per festeggiare, aveva scostato i capelli dall’orecchio sinistro e mi aveva mostrato un secondo orecchino: «Marco guarda» mi aveva detto, «ho fatto una piccola pazzia, il secondo buco all’orecchio. Ti piace?».
A ripensarci ora la sua voce era eccitata e il suo viso era arrossito mentre mi mostrava quell’orecchino. Ma io non ci avevo quasi fatto caso, non mi ero soffermato né sul suo tono di voce, né sull’avvampare del suo viso, né tantomeno su quel suo nuovo orecchino.
Avevo pensato che quella decisione fosse una piccola trascurabile sciocchezza. Certo avrei preferito che continuasse a portare le sue coppie di orecchini eleganti senza cercare piccole trasgressioni, ma la cosa non mi turbò più del dovuto.
Il fatto che nelle sere successive mi mostrasse con insistenza quel secondo orecchino iniziò a sembrarmi fastidioso. Avrei voluto dirle: «Chiara, hai quarant’anni anni, non hai bisogno di queste scemenze».Però ero convinto che mostrando disinteresse per quella sua piccola mania la cosa sarebbe finita lì.
Invece qualche tempo dopo mi mostrò altri due buchi alle orecchie, uno al lobo sinistro -ed ora erano tre- un altro al destro. Questa volta mi sembrò davvero una scelta di cattivo gusto, di troppo vistoso, persino imbarazzante, ma decisi di continuare a mostrarmi disinteressato.

Azionai la serranda automatica del garage e parcheggiai la mia auto. Pensai con irritazione che Chiara al rientro avrebbe messo la sua macchina dietro la mia e che il mattino seguente mi sarebbe toccato spostarla.
Scesi dall’auto, presi la valigetta e salii le scale che portavano all’appartamento. Prima di entrare mi sfilai le scarpe e gettai l’occhio sulle sneakers di Chiara: un paio di Converse bianche, di quelle alte alla caviglia con il logo della stella nella parte interna.
Pensai subito a quel giorno di qualche settimana prima: sul tavolo del soggiorno c’erano due pacchi uguali, incartati di rosso. Appena entrai in casa Chiara mi abbracciò sorridendo e mi disse, ancora con quella parlata accelerata e con quel viso arrossito, «su, apri» indicandomi il pacco più a destra.
Perplesso staccai i lembi di scotch che fermavano i bordi della carta rossa mentre lei faceva lo stesso con l’altro pacco e tirai fuori la scatola delle scarpe. Confuso guardai Chiara: lei teneva in mano le sue, identiche.
«Ti piacciono?» mi chiese lei ancora con quel sorriso mentre si scansava i capelli e mi mostrava gli orecchini.
Io ero in imbarazzo, non avevo mai indossato quel genere scarpe in vita mia, e alla mia età mi sembrava una cosa piuttosto stupida. Biascicai qualcosa e cercai di cambiare argomento sperando che si sarebbe presto dimenticata di quel regalo.
Ma il sabato successivo mi propose di andare a fare una passeggiata in città e mi chiese di metterle scarpe: «Ti va se indossiamo tutti e due le All Star? Io ne sarei felice» mi disse mentre si raccoglieva temporaneamente i capelli in una coda e mi mostrava con il compiacimento che ormai mi innervosiva i suoi orecchini.

Accampai qualche scusa: «Meglio di no» dissi, «magari un’altra volta, anzi, a pensarci bene ho da fare».
Alla fine lei uscì da sola con quelle stupide scarpe da ginnastica ai piedi.
Non mi chiese più di indossarle e restarono nella loro scatola su un ripiano alto di uno sgabuzzino. Non mi chiese più neppure di uscire con lei. Usciva da sola senza dire una parola.
All’inizio era quasi sollevato che non ci fossero più richieste imbarazzanti.
Qualche giorno dopo Chiara tornò a casa con i capelli tagliati corti corti: la sua messa in piega bionda era sparita completamente e ora aveva un taglio cortissimo senza nessuna tinta. Si vedeva il suo colore naturale ormai screziato da qualche filo grigio.
Gli orecchini ora spiccavano in modo vistoso. E li avrei avuti sempre davanti agli occhi.
Mi fissò per un po’ con quel taglio così aggressivo senza dire nulla. Devo ammettere che le stava persino bene, ma in quella veste faticavo a riconoscerla.
Ebbi la sensazione che stesse costruendo un muro tra di noi e ne fui spaventato. Così le dissi: «Stavi meglio prima, eri molto più elegante».
Lei non rispose, lentamente salì in camera da letto e ci restò per un bel po’ di tempo.
Io non avevo il coraggio di salire. Non sapevo cosa dire. In tutti quei giorni non seppi più davvero cosa dirle.
Qualche giorno dopo, mentre si spogliava vidi che si era fatta un tatuaggio. Rimasi sbigottito: un lungo motivo floreale scendeva dalla sua spalla destra lungo il braccio, assottigliandosi appena sopra il polso.
La pelle era ancora arrossata e un po’ gonfia; rimasi turbato.
«Mio Dio Chiara, hai fatto un tatuaggio, ma cosa ti è venuto in mente?» Sentii salire una rabbia che non provavo da tanto tempo: «E senza dirmi niente!» le urlai.
Lei si accarezzò la pelle tatuata e mi disse con gli occhi lucidi: «Marco, io non ti devo dire niente».

Allineai per bene i miei mocassini, tolsi la giacca e l’appesi accuratamente alla gruccia, poi entrai in bagno per lavarmi le mani. Ripresi la valigetta e aprii la porta. Sentii subito un forte odore di fumo di sigaretta.
No, anche questa no! Non è possibile! Ma cosa si è messa in testa?, dissi tra me e me inferocito. Basta, adesso le parlo chiaramente, sono stanco di questa crisi adolescenziale fuori tempo!.
Era dai tempi dell’università che non vedevo Chiara fumare. Quando ci eravamo conosciuti sì, fumava. E mi era sembrata una cosa incongrua che una ragazza timida e posata come lei fumasse. Dopo il nostro primo bacio le chiesi subito di rinunciare alle sigarette. Ricordo che mi guardò stupita, ma dopo un istante mi disse «d’accordo».
«È la scelta più giusta innanzitutto per te, mi ringrazierai» le dissi. «Va bene» disse lei, voltando il capo un po’ imbarazzata.
In realtà mi era passata nella mente l’immagine di lei che si accendeva una sigaretta di fronte ai miei genitori: che cosa avrebbe pensato mia madre? La sola idea mi metteva in imbarazzo. All’epoca il fatto che Chiara avesse accettato di smettere di fumare mi rassicurò e mi diede la bella sensazione di averla aiutata a mettere la testa a posto.
Entrai nella stanza, appoggiai la valigetta sul mobile basso dell’ingresso, e andai verso il soggiorno. Ero davvero arrabbiato e questa volta le avrei detto tutto ciò che pensavo di quella situazione; a costo di litigare.
Chiara era in piedi accanto al tavolo: indossava un maglioncino a collo alto nero e un paio di pantaloni grigi di tessuto Principe di Galles. Ai piedi portava un paio di massicci anfibi Dr. Martens che non le avevo mai visto addosso. Accanto a sé, sulla spalliera di una sedia c’era il suo trench avorio, sul pavimento un trolley.
Ebbi un brivido e un giramento di testa.
Aspirò una lunga boccata di fumo, soffiò verso il soffitto, mi guardò dritto negli occhi e mi disse: «Marco, io me ne vado».
Mi sentii arrivare un tremendo cazzotto in faccia. Avevo ancora la testa piena delle parole che avevo intenzione di dirle, dei rimproveri, delle rimostranze, persino degli ultimatum: «Basta sciocchezze, basta grilli per la testa, la testa la devi rimettere a posto, hai capito?»
E invece ero lì, investito da quella valanga tremenda, pesto nella mente e nel corpo, con la testa che ronzava a vuoto e oscillava tra la disperazione e la rabbia.
Iniziai vertiginosamente a collegare in modo arbitrario tutti i punti delle vicende degli ultimi mesi: gli orecchini, le Converse, le uscite serali, il taglio dei capelli, il tatuaggio, e adesso anche quella disgustosa sigaretta.
Ma certo, Chiara aveva un altro uomo! Uno più moderno di me, mondano, magari un musicista, o chissà uno scrittore, forse un artista. Mica un grigio ingegnere.
Mi montò una rabbia feroce e le ringhiai: «Hai un altro vero? Adesso capisco tutte le tue cazzate. Che stupido sono stato».
Chiara diede un’altra lunga boccata alla sua sigaretta e soffiò ostentatamente il fumo verso il soffitto; la guardai e mi sembrò davvero volgare.
«Hai detto soltanto una cosa giusta Marco: sei uno stupido. Il resto è tutto falso. Non c’è nessun uomo, non c’è nessun altro. Se è per questo non ci sei più neanche tu. E ho rischiato di non esserci più neanch’io».
Restai senza parole. Le immagini di lei iniziarono a scorrere nella mia mente e ora tutto mi sembrava complicato, confuso.
Aspirò un’altra boccata, soffiò in alto il fumo, ma questa volta io non provai più alcun disgusto.
Riprese: «Ho provato in ogni modo a comunicarti i miei desideri. Ho cercato complicità e condivisione, ne avevo un disperato bisogno. Tu non hai fatto un passo, mi hai ignorata, mi hai derisa, ti sei addirittura vergognato di me e delle mie scelte. Sì, sei davvero uno stupido!».
Aspirò un’ultima boccata di fumo, schiacciò il mozzicone su un piattino da caffè, infilò il trench, prese il trolley e uscì dalla stanza. Sentii il rumore sordo e pesante dei suoi passi negli anfibi, sentii sbattere la porta, sentii in lontananza il rumore dell’auto che partiva.
Poi non sentii più nulla.
Il mozzicone di sigaretta continuava a bruciare in una sua minuscola porzione e si levava un sottile rivolo di fumo. Sedetti e mi misi a fissare quella infinitesima brace che continuava ad ardere. Ripensai alle scelte di Chiara e finalmente vidi tutto in un modo diverso. Aveva ragione, ero stato uno stupido.
Rimasi lì, davanti a quel mozzicone che bruciava ancora ad annusare quel fumo. E per la prima volta nella mia vita lo trovai desiderabile.
Poi anche quella residua brace smise di ardere ed il fumo smise di levarsi verso il soffitto.
Scoppiai a piangere disperato.
