DAL CUCCHIAIO ALLA CITTÀ – CONVERSAZIONE CON GIAN LUCA BAZZAN

Uno dei più grandi aneliti che muovono le persone è quello alla pienezza. Il desiderio di provare appagamento profondo nelle situazioni che si vivono è una sensazione fortissima, che spinge da dentro con intensità davvero vigorosa. Un anelito, però, che provoca in realtà emozioni divergenti -croce e delizia-, perché a tale e tanta grandezza del desiderio non sempre corrispondono opportunità degne.

Anzi, purtroppo la quotidianità, anche nei suoi momenti migliori, mostra sempre un limite netto al senso dell’esperienza che l’umano può trarre da ogni situazione vissuta. Poche sono le occasioni in cui la grandezza di ciò che si vive trascende dal limite angusto che altrimenti opprime l’uomo: l’amore innanzitutto, ma magari anche il mare aperto, oppure la montagna che domina il mondo sotto di sé, in generale la natura che si svela in tutta la sua forza. O anche la musica, la pratica sportiva, io ci aggiungerei anche la velocità.

“Poche sono le occasioni in cui la grandezza di ciò che si vive trascende dal limite angusto che altrimenti opprime l’uomo: l’amore innanzitutto, ma magari anche il mare aperto, oppure la montagna che domina il mondo sotto di sé, in generale la natura che si svela in tutta la sua forza. O anche la musica, la pratica sportiva, io ci aggiungerei anche la velocità”

Ecco, in situazioni come queste si può fare finalmente l’esperienza della pienezza, capita addirittura di non desiderare nulla di più di ciò che si sta lì vivendo, si può provare davvero ad immaginarsi nell’infinito.

Ma purtroppo il resto della quotidianità è una corsa ad ostacoli, una continua interruzione del flusso dei pensieri -figuriamoci delle emozioni-, un compromesso con logiche che confliggono con quella naturale ricerca umana della totalità.

Uno dei principali campi in cui si sperimenta dolorosamente il limite è quello del lavoro: una società ormai da secoli industrializzata ha parcellizzato il contributo di ognuno, definendo il lavoro in una serie di attività codificate e limitate a poche ripetitive azioni.

Pochi mestieri hanno conservato il senso della piena realizzazione: l’osservazione del mondo che si fa visione, la visione che volge in idea, l’idea che si fa progetto, il progetto che diventa realizzazione, la realizzazione che “dialoga” con ciò che la circonda, quasi a chiudere un cerchio. Ma anche il dettaglio che si fa parte di un sistema complesso, il pensiero astratto che entra in contatto con la tecnica, e le arti, l’umanesimo, la sociologia che si combinano con la tecnologia per dar luogo a qualcosa di tangibile, significativo, duraturo. E ancora, la ricomposta dualità tra pensiero e materia, tra funzione ed estetica, tra continuità e innovazione.

Ecco, una delle professioni che pare essere l’espressione di tutto questo, è forse quella dell’architetto.

“Dal cucchiaio alla città” è un’espressione usata nel 1952 dall’architetto Ernesto Nathan Rogers, a definire -con una metafora apparentemente semplice- la natura trasversale e  olistica dell’architettura: dall’oggetto concettualmente più semplice e utilitaristico, -ma a ben pensarci un inconsapevole capolavoro di design- il cucchiaio, sino all’immagine stessa della complessità che si fa sistema, ovvero la città, simbolo di tensioni, esigenze divergenti, movimento incontrollato e incontrollabile che diventa la rappresentazione della società stessa.

La capacità di spaziare dalla minima parte al grande sistema, quella di esprimersi sia attraverso una semplice forma che con progetti stratificati, di condurre -appunto- una visione sino ad una realizzazione tangibile e destinata a superare l’effimero, è ciò che rende l’architettura estremamente affascinante: la possibilità di plasmare il percorso delle “cose” è qualcosa che rende con ottima approssimazione quell’umanissimo bisogno di pienezza dell’esperienza e di totalità del proprio agire.

Mentre intesso con Gian Luca Bazzan un dialogo fluviale e davvero “olistico”, nello spazio affascinate che è il suo studio, il suo atelier, dove -appunto- oggetti, realizzazioni, progetti di architettura dialogano in un continuum e assumono forme cangianti ma sempre significative, non posso fare a meno di sentire la forza di un approccio che unisce tanti aspetti diversi; un’attività che fondamentalmente -ancor prima della professione che la rappresenta- è quella di guardare il mondo con curiosità continuamente rinnovata.

Architetto, designer, comunicatore, sindaco del suo paese, “autore” di scelte stilistiche personali che ne fanno un personaggio inconfondibile, ma anche motociclista appassionato (anzi, Harleysta forse dovrei dire), intenditore di musica e di fotografia, Gian Luca pare testimoniare proprio quell’idea di ricerca di pienezza che ho definito come massimo anelito dell’umano.

La conversazione procede veloce e corposa, si aggancia alle sagome delle librerie e delle sedie progettate da Gian Luca, plana sui disegni appoggiati sul vecchio tecnigrafo mentre i computer frusciano in un lato della stanza; le parole si alimentano di aneddoti raccontati, di fotografie, pubblicazioni, testimonianze di progetti architettonici nei quali è facile -dopo un po’ di confidenza- riconoscere chiaramente la mano dell’autore. Ogni osservazione è lo spunto per una nuova disamina, la memoria storica si intreccia con i ricordi personali, le esperienze diverse si ricompongono in un comune sguardo appassionato sul mondo e su tutte le sue espressioni.

Ecco, proprio sulla scia di quell’ardita costruzione di parole, penso che quell’anelito alla completezza da cui sono partito, forse non è così difficile da raggiungere, perlomeno non impossibile. Magari basta partire dalla passione per il presente, dalla memoria del passato, da uno sguardo proiettato sul futuro per riuscire a legare i tanti punti significativi della vita in un disegno capace di svelarne un poco il senso.

E forse quell’espressione “Dal cucchiaio alla città”, non è soltanto il titolo di un manifesto programmatico dell’architettura intesa come mestiere, ma può essere assunto come attitudine a costruire la cinematica complessità della propria vita, partendo dall’osservazione attenta e dalla valorizzazione delle parti elementari -eppure fortemente significative- che la compongono.

Dunque quella fascinazione per l’architettura, di cui parlavo all’inizio di questo scritto, non è soltanto espressione dello sguardo di un innamorato della bellezza alla volta dell’atto creativo, ma è la constatazione che un’architettura della vita, un approccio teso a dare consistenza e realtà alle visioni e alle idee di ognuno, è davvero possibile.

Mi è capitato spesso di citare “lo sguardo del fotografo”, come esemplificazione di un punto di vista attento sulle cose, anche e soprattutto le più semplici, uno sguardo capace di cogliere i significati profondi di tutto ciò che ci circonda. 

Per molto tempo ho cercato di coltivare questo sguardo per avere risposte dal mondo.

Ora mi viene da dire, in una prospettiva più ampia e completa, che “l’approccio dell’architetto” è ciò che può davvero permettere di plasmare la pienezza dell’esperienza di vita.

Gian Luca Bazzan è un architetto biellese che vive e lavora a Verrone, in provincia di Biella.

Si è laureato in Architettura nel 1990 allo IUAV Venezia.

Dal 1991 ad oggi è titolare di Atelier Bazzan Architettura, studio che si occupa di progettazione nei settori residenziale e commerciale, interior design e furniture design. 

Tra i vari progetti, ha curato la realizzazione a la direzione artistica del concept store BANALE, la riconversione di una ex Tipografia a Biella ad uso showroom e spazio di formazione, la ristrutturazione con ampliamento di una Cantina Vinicola in Emilia.

Parallelamente alla sua attività di architetto ha curato mostre, firmato pubblicazioni, ha fatto parte  del comitato organizzatore del premio di architettura Federico Maggia, e ha co-firmato -con Maurizio Pellegrini e Paola Bacchi- la regia del docufilm “Leonardo Mosso, un secolo in un giorno” dedicato alla vita ed opere dell’architetto Leonardo Mosso e suo padre Nicola, anch’egli famoso architetto torinese.

È stato vicepresidente dell’Ordine degli Architetti di Biella e attualmente è sindaco di Verrone.

Tutte le fotografie pubblicate in questo articolo sono di proprietà di Atelier Bazzan

L’autore del ritratto in apertura è il fotografo Nicola Montanari https://www.nicolamontanari.com https://www.instagram.com/nicolamontanariphotographer/

https://www.atelierbazzan.it

https://www.instagram.com/atelierbazzanarchitettura

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