Avete presente quando le idee e i pensieri affollano la mente, si susseguono tra di loro e si mescolano in un turbine di promettente creatività? È una situazione di grazia, un movimento interiore che testimonia un’attività frenetica della fantasia che -in potenza- si mostra assai feconda. Eppure spesso, questo movimento denso e caotico, non è sufficiente per fare delle idee e delle visioni un linguaggio intelligibile, capace di farsi progetto, di mutare in opera, di divenire narrazione.
E avete presente -anche- quando il corpo cade preda della stanchezza, schiacciato dal peso stratificato delle routine quotidiane? In quei momenti di staticità può capitare di percepire uno strano strappo – non doloroso, forse addirittura piacevole – come se un doppio di noi stessi riuscisse a staccarsi e diventasse soggetto autonomo, leggero, libero, senza vincoli. Un doppio che può andare dove noi non arriviamo, che può fare ciò che noi non riusciamo.

Letteratura, arte, filosofia hanno spesso indagato queste dimensioni.
Ho conosciuto Lorenzo Gnata qualche settimana fa. Lorenzo è un giovane artista visuale biellese che nel suo lavoro porta un linguaggio concettuale molto netto. Le sue opere mi hanno proprio parlato di quella sensazione che dicevo, di un indefinito che si sostanzia nel movimento, nel dispiegarsi nello spazio. Osservando le opere di Lorenzo, ho visto quel movimento farsi linguaggio, pensiero, forma.
Nello spazio i pensieri caotici si distendono, le parole trovano la loro sequenza, addirittura le anime si possono staccare dai corpi.
Tutta l’opera di Lorenzo Gnata è percorsa da questa tensione: un’energia apparentemente inespressa che si muove verso lo spazio, il luogo della possibilità.
Ogni sua opera comunica questo movimento generativo.
In Miracolo d’agosto, una mano che evoca il divino libera nello spazio e nella luce una miriade di insetti impollinatori e di erbe spontanee. L’installazione, creata per la Chiesa della Madonna della Neve a Castell’Alfero, racconta la rinascita della natura dopo l’inverno, ma racconta anche qualcosa di più profondo: la relazione tra il divino e l’umano proprio attraverso lo spazio e la luce.
Polifonia di una creazione porta questa visione a una dimensione ancora più profonda: da un caos quasi primordiale – un grumo denso di forme che si intrecciano – gli elementi si distendono lungo linee che attraversano lo spazio per poi ricombinarsi, in modo di nuovo casuale, su una parete che simboleggia forse la finitezza dello spazio stesso.
E poi corpi umani e forme vegetali che si mescolano, si dissolvono l’uno nell’altro, emergono trasformati da questo vortice generativo. Parole, che sono echi di storie, si combinano su un nastro che diventa simbolo della macchina industriale.
Ogni elemento della vita umana e naturale pare cercare una linea di espressione per superare la dimensione del caos. Un caos che non è disordine, ma organizzazione emergente, possibilità in cerca di espressione.
Non è un caso che il medium tecnico scelto da Lorenzo per la realizzazione della gran parte delle sue opere sia una penna 3D, uno strumento che con il suo tratto in filamento di materiale composito permette ai disegni di assumere subito una consistenza tridimensionale. Si capisce subito che questa tecnica non è una mera scelta strumentale: riassume l’essenza stessa della poetica dell’artista. Un movimento capace di dare a un grumo – sia esso di pensieri, di parole, di materia – la forza di un linguaggio che occupa lo spazio, lo attraversa, lo abita.

Guardando queste opere ho provato la sensazione di una connessione forte con il mondo della filosofia e della letteratura.
Dunque ho sentito il bisogno di cercare parole che già avessero espresso i medesimi concetti. Così ho scoperto le teorizzazioni di filosofi come Maurice Merleau-Ponty e di poeti come Paul Valéry.
Maurice Merleau-Ponty, in “Fenomenologia della percezione” -chiedo scusa per le inevitabili imprecisioni- ha teorizzato che l’oggetto diviene tale solo attraverso un atto di coscienza e che il mondo non può essere soltanto pensato, ma deve essere vissuto.
Paul Valéry, con il suo saggio “L’anima e la danza” riflette sulla danza e sul corpo: il movimento, che si fa leggerezza, diventa -nel suo farsi- creazione.
In quest’idea ho ritrovato il senso di una delle opere che più mi hanno colpito: Studio per una scultura fatta di segno.
Lorenzo lavora su corpi umani fotografati, figure riprese in pose che richiamano già forme statuarie o che addirittura ricordano la tensione di una danza contemporanea. Da queste fotografie lui traccia con la penna 3D dei calchi, contorni che seguono le sagome dei corpi. E qui accade il ribaltamento: i corpi reali, quelli fotografati, diventano piatti, bidimensionali, mentre i loro calchi -semplici linee tracciate acquistano una presenza tridimensionale.
È un’inversione ontologica radicale: ciò che dovrebbe essere pesante e materiale –
il corpo- diventa bidimensionale, mentre ciò che dovrebbe essere invece immateriale -il segno- diventa presenza fisica nello spazio.
I calchi hanno questa qualità disorientante: sono i soggetti delle fotografie, ne conservano la forma esatta, eppure sono completamente altro, forse svuotati della loro sostanza, di certo alleggeriti, trasformati in puro contorno che si libra nello spazio come uno spirito che si è emancipato dalla carne.
È come se l’essenza umana, liberata dal peso del corpo, potesse finalmente vivere in pienezza lo spazio.
Il doppio emerge con forza come quella parte di noi mai completamente incarnata dove abita il sogno. Un’anima pronta a danzare, a generare qualcosa più vero del vero.

Ne ho parlato con Lorenzo. Quando gli ho raccontato di questa sensazione, della percezione del doppio che quest’opera evocava in me, si è sorpreso.
In realtà, mi ha spiegato, il lavoro è nato come studio per la creazione di soggetti scultorei a partire da immagini fotografiche. La mia lettura -il calco come anima liberata dal corpo- era un’interpretazione del tutto slegata dalle sue intenzioni.
E questa divaricazione del significato soggettivo mi ha suggerito una riflessione affascinante sulla incompiutezza dell’opera d’arte, soprattutto se concettuale: c’è un ultimo movimento che completa il percorso dell’opera, un movimento che non appartiene più all’artista ma a ognuno di coloro che si pongono di fronte alle sue installazioni. Perché l’opera, per quanto l’artista possa averla portata a compimento nella sua materialità fisica, rimane fatalmente incompiuta finché uno sguardo non la attraversa.
Questo significa che ogni volta che qualcuno si pone di fronte a un’opera, quella stessa opera si compie in un modo diverso. Io porto con me un bagaglio di esperienze, di memorie, di aspettative che è solo mio – e quando i miei occhi seguono quei fili sospesi, quando la mia mente riempie gli spazi vuoti tra gli elementi, quando il mio corpo si muove nello spazio dell’installazione, sto creando connessioni che sono mie soltanto. L’opera che io vedo non è mai esattamente la stessa opera che vede l’altro.
In questo il lavoro di Lorenzo Gnata è radicale: le sue opere non si limitano a permettere l’interpretazione; la richiedono, la esigono. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo in questo processo. L’artista, quando traccia i suoi fili nello spazio, quando distende i suoi grumi lungo le traiettorie, non può sapere che cosa accadrà quando la sua opera incontrerà lo sguardo dell’altro.

In qualche modo l’opera si libera dall’artista. Si stacca da lui come quel doppio leggero che si emancipa dal corpo pesante, diventa altro, diventa autonoma, diventa capace di generare significati che forse il suo creatore non aveva immaginato.
E, ogni volta che uno sguardo nuovo la incontra, l’opera si completa di nuovo, diversamente, imprevedibilmente.
Forse è proprio in questo spazio, tra l’opera e lo sguardo, tra il grumo e la linea, tra il corpo e il suo doppio, che accade ciò che chiamiamo arte. Non un oggetto, non un messaggio da decifrare, ma un campo di possibilità che si forma diversamente in ogni incontro, in ogni sguardo, in ogni momento.
L’opera è incompiuta non per difetto ma per eccesso: contiene più possibilità di quante un singolo sguardo possa immaginare. In questo risiede la sua forza: continuare a vivere, a trasformarsi, a generare senso ben oltre l’istante della sua creazione.

Tutte le fotografie pubblicate in questo articolo sono di proprietà di Lorenzo Gnata
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