L’inverno è un tempo stretto. E lungo. Terribilmente lungo. E anche terribilmente stretto.
I giorni durano poco ma la loro sequenza non finisce mai. Il freddo sembra paralizzare i luoghi. La vita stessa sembra procedere a fatica, anch’essa congelata in uno stato di sospensione.
Pensiamo al tempo come a una misura unidimensionale; una linea retta che si estende all’infinito e che noi percorriamo sinché ne abbiamo la possibilità.
In realtà il tempo è un volume, una misura tridimensionale, plasmata e formata da tanti eventi.

“I giorni d’inverno durano poco e non finiscono mai”
L’inverno è una sorta di anello di trafilatura che modella il tempo riducendone ai minimi termini il diametro e -di conseguenza- stendendone la lunghezza.
Già, sono brevi i giorni di inverno, troppo avari di ore di luce affinché li si possa davvero vivere in pienezza, ma la percezione del loro perdurare supera di molto ciò che dice il calendario.
I giorni di inverno durano poco e non finiscono mai.
L’inverno si srotola lento come un tempo sospeso, sottratto alla bellezza dell’esperienza, come un’attesa rassegnata o addirittura disperata di un tempo meno esiguo nelle possibilità che dona e più ritmato nel suo incedere.
No, non amo per niente l’inverno. Mi sento prigioniero delle giornate corte e lente, del freddo che attanaglia luoghi e cuori ancor più dei corpi, di quella sensazione di sospensione della vita che gli alberi spogli e le foglie morte simboleggiano con angosciante perfezione.

Un tempo pensavo che l’età avrebbe dissolto questi dolori in una visione più fatalista, probabilmente utilitaristica -forse persino rassegnata- delle cose, ma ciò non è accaduto.
In realtà non accade quasi mai che l’età riesca davvero a sopire i sentimenti -brutti o belli che siano- con una percezione piatta e lineare delle cose; e -pensarci bene- è senz’altro meglio così.
Però -appunto- in questo tempo sospeso e stirato, ho l’impressione che la vita sia messa in attesa, che i passi, i viaggi, le curve e gli sguardi dall’alto siano limitati, che le mie parole e le mie reazioni subiscano un brusco rallentamento.
Addirittura ciò che amo fare e che dà linfa a queste pagine -camminare in senso fisico e metaforico alla ricerca delle stille di meraviglia dell’umano e della loro manifestazione attraverso idee, opere, realizzazioni- sta subendo quel rallentamento vistoso sin quasi a fermarsi, fino quasi a farmi temere che la mia ispirazione e la mia capacità di cogliere la bellezza nell’esperienza altrui si sia anch’essa talmente stirata sino a sfibrarsi.
“In questo tempo sospeso e stirato, ho l’impressione che la vita sia messa in attesa”
Mio Dio, mi accorgo di essere stato assai amaro in questa mia dissertazione sulle sensazioni che mi induce l’inverno.
In realtà -come spesso accade- le nostre percezioni sono soltanto la proiezione delle nostre intime paure e dei cascami di esperienze dolorose. E forse il nostro esitare di fronte a situazioni complesse è l’espressione di una sorta di pigrizia mentale che rende complicato cercare nuove prospettive.

Allora è necessaria una mossa, un atto di coraggio, un’uscita fosse anche traumatica dal letargo dei giorni brevi: se si riesce ad uscire un po’ dai cliché, se si scansa il peso della pigrizia intanto che ci si scansa di dosso il tepore avvolgente di un piumone, se si esce, si cammina, si respira, si guarda, se si sceglie la natura come luogo vergine in cui ogni stagione e ogni tempo -sia esso cronologico o climatico- si mostra per ciò che davvero è, allora si comprende qualcosa di importante.
In quei momenti in cui il contatto con il mondo si fa puro, autentico e atavico, si avverte chiaramente che anche la stagione più fragile e tenace al tempo stesso, quella più sommessa, apparentemente avara, la più lenta di tutte, può regalare emozioni profonde e preziose, sguardi intimi ed estesi comunque sempre preziosi, far germogliare -magari con lentezza, magari proprio sotto la coltre di neve che ogni tanto arriva ancora a purificare la terra e lo sguardo, nuove idee e nuove visioni.

Ecco, il cammino in un bosco di rami spogli e di sentieri di foglie marcite, oppure i passi sprofondati nella neve, la neve che restituisce un paesaggio intimo silenzioso, luminoso e avvolgente, sono in grado di suscitare emozioni; emozioni forse meno esplosive di quelle che fa deflagrare una natura rigogliosa oppure un mare turchese che si stempera nel cielo limpido, ma ugualmente significative, vivide, preziose.
Allora, mentre il mio andare mi conduce per vie conosciute ma profondamente cambiate dalla stagione e dalla luce, anche la ricerca di un dialogo profondo sullo stare al mondo mi appare di nuovo possibile: semplicemente accetto che anche gli incontri, le parole, le riflessioni condivise, siano soggette al ritmo delle stagioni, che possano essere più intense e cadenzate in certi periodi dell’anno, più rarefatte e stemperate in altri momenti.

“Anche la stagione più fragile e tenace al tempo stesso può regalare emozioni profonde e preziose”
La vita -sia essa vista come manifestazione biologica oppure come relazione sociale- di certo non si ferma; ma, altrettanto sicuramente, il suo andare non è sempre uniforme. Esattamente come il fluire del tempo essa assume consistenze differenti, ritmi discontinui, alterna frenesia e attese, impeti e bonacce.
Ecco, forse è questo il regalo che l’età porta con sé: l’accettazione dell’attesa, non più vissuta come tempo vuoto e disperante, ma come inevitabile rifiatare di tutto ciò che mi circonda e anche di quello che batte dentro di me, prima di nuove accelerazioni, nuovi ritmi, nuove scoperte stagliate in un tempo nuovamente consistente e cadenzato.

“L’accettazione dell’attesa, non più vissuta come tempo vuoto e disperante, ma come inevitabile rifiatare”