
I viaggi, o meglio i tragitti che si percorrono per viaggiare, non hanno mai un andamento costante. Non mi riferisco alle diverse velocità con cui capita di affrontare la via, velocità a loro volta determinate, grosso modo, da fattori oggettivi come traffico, tipologia di strada, tempo a disposizione. Mi riferisco proprio alla percezione che si ha del tempo, a come il punto di partenza e il punto di arrivo agiscano come poli magnetici capaci di respingere e trattenere, a come invece, lontano da ambedue i poli, l’andare possa assumere la consistenza di un fluttuare lento e indefinito, un attraversamento di un “non luogo” in cui soltanto l’esperienza del viaggiatore, la consapevolezza stratificata in tanti percorsi già fatti e giunti al temine, non gli permette di cadere in una sorta di estraniamento; il viaggio ha sempre un inizio e una fine, lo smarrimento centrale è soltanto una percezione provvisoria.
…come invece, lontano da ambedue i poli, l’andare possa assumere la consistenza di un fluttuare lento e indefinito…
Questa dinamica è vera soprattutto nei viaggi di media distanza, quelli in cui la sensazione del distacco dalle normali rotte quotidiane è tangibile ma il percorso fluttuante non è così consistente da prendere il sopravvento sull’esperienza dello spostamento. Diverso è quando il viaggio è molto lungo, quando quel tempo fluttuante si dilata, quando l’andare per “non luoghi” diventa giocoforza la parte più densa e rilevante del viaggio. Naturalmente -e per ragioni opposte- la divisione in fasi distinte che si susseguono in dissolvenza, non si ha nemmeno nei brevi cabotaggi quotidiani, dove l’oggetto dello spostamento prevale sull’appena accennata esperienza del viaggio e derubrica quel passo a semplice routine.
Invece, quando il tempo di un’ora, o poco meno o poco più, separa la partenza dalla meta, quel processo fatto di distacco, di fluttuazione, infine di attrazione, è assai tangibile, quasi percepibile a livello fisico, di certo sul piano emotivo: il luogo di partenza quasi ti espelle, come se appunto fosse un magnete con la tua stessa polarità, poi fluttui in mezzo a luoghi di cui non sai e li vedi inospitali e insensati, e hai paura che un accidente ti possa bloccare lì in quel nulla, ma poi, quando il baricentro del percorso cade dalla parte della meta, tutto accelera e la destinazione ti attrae con una forza emozionante, proprio come un altro magnete questa volta orientato con la polarità opposta alla tua.
Allora, da un certo punto in poi, l’andare si fa rapido ed efficace, la via si dipana svelta quasi indipendente dal traffico e dagli accadimenti, e ti ritrovi là, proprio dove volevi andare, e questo ti sembra un piccolo meraviglioso miracolo.
Tutto ciò accade in modo accentuato, persino amplificato, quando la meta è una città, magari una grande città, e ti capita di sentire, ad ogni chilometro percorso, che quella forza di attrazione magnetica si fa più forte, più intensa, persino irresistibile, e ti trovi finalmente al centro, pervaso da una strana eccitata energia.
Lasci l’auto, oppure scendi dal treno, e letteralmente ti tuffi nella corrente umana che attraversa le vie riempiendole di una vitalità prepotente.

…Tutto ciò accade in modo accentuato, persino amplificato, quando la meta è una città, magari una grande città, e ti capita di sentire, ad ogni chilometro percorso, che quella forza di attrazione magnetica si fa più forte, più intensa, persino irresistibile, e ti trovi finalmente al centro, pervaso da una strana eccitata energia…
Ho sempre pensato che questa meraviglia sensoriale fosse da vivere in solitudine: l’intensità di queste emozioni non è la stessa se l’interlocutore non è soltanto la città, se il soggetto con cui decidi di passare quel tuo tempo non è fatto soltanto da vie, piazze, persone sconosciute, dinamiche da cogliere, da capire, oppure semplicemente da vivere. Come se quel frammento di vita fosse una vacanza dalla consuetudine, un’esplorazione di luoghi, di sensazioni, di modi di vivere diversi, di diverse possibilità di essere.
La città è narcisista, dominatrice, gelosa: pretende tutto per sé. Se provi a condividere il tuo tempo e la tua attenzione con qualcuno che ti sta accanto, la città semplicemente si ritrae, nasconde la sua anima, sbiadisce nei suoi tratti, si fa anonima sì da farti dubitare sulla sua effettiva bellezza.
Altri luoghi, forse il mare, forse la montagna -o meglio, certe località di mare e certe di montagna, sicché anche il mare e la montagna in purezza sono egocentrici, catalizzanti, totalizzanti e pretendono un rapporto unico- forse certe vie di collina e certi piccoli borghi, risplendono quando li si vive in compagnia, in amicizia, finanche in amore, anche se pure l’amore mal tollera di non aver l’esclusiva del tempo e delle emozioni, anche se pure l’amore, come la città, come le vette e come la vastità del mare, pretende unicità e immersione totale per svelare il suo vero volto.
A dire il vero mi pare che la città e l’amore siano fatti della stessa materia, qualcosa di profondamente intriso di esperienza umana, di viscerale, qualcosa capace davvero di farsi altrove, qualcosa di sé state che solo nella sua magnifica unicità svela il proprio senso.
Per questo, l’amore e la città sono dimensioni tra di esse inconciliabili; al più l’amore, un nuovo amore, può nascere nel fluido delle emozioni che una città regala al proprio solitario visitatore, e certo una città immaginata, evocata, accarezzata, può prendere forma tra le parole ispirate degli amanti, ma più di questo lambirsi reciproco e un poco diffidente, amore e città non possono darsi.
Dunque i passi del visitatore solcano le vie mescolandosi con tanti altri passi forse caotici e causali, certo non tutti ispirati da qualche anelito dell’animo, ma che paiono comporre una trama di dinamiche umane che ammalia e seduce. Le vie, le piazze, i palazzi dialogano con queste dinamiche, sono al tempo stesso sfondi, spettatori e attori, al pari delle persone, di questo grande spettacolo in cui si avverte chiaramente anche la presenza di un altro protagonista pur invisibile: il tempo.
…ho sempre pensato che questa meraviglia sensoriale fosse da vivere in solitudine…
…la città è narcisista, dominatrice, gelosa: pretende tutto per sé…

Tutto è stratificazione in una città, tutto è flusso della storia, testimonianza del passato, generazione di futuro.
Tutto quanto si mescola in qualcosa di inebriante: le pietre, la malta, i giardini, le persone, i negozi, i bar, le librerie, la giovinezza e la vecchiaia, i passi solitari di tante persone, ognuna magari con la propria avventura interiore che batte al ritmo dei passi, ognuna con frantumi di passato da recuperare, ognuna con visioni di futuro da realizzare: tutto sembra possibile in quel caleidoscopio di vita.
Tutto sembra possibile in quella grande giostra che tutto mescola: luci, colori, suoni, odori, sapori, forme, visioni; un universo sensoriale in movimento in cui puoi trovare l’eco delle tua passioni, la rappresentazione dei tuoi desideri, anche la forma inquietante delle tue paure.

La città è uno specchio, forse deformante ma nitidissimo dell’essere di ognuno.
Non si può che abbandonarsi a questa attrazione magnetica, non si può che lasciarsi andare a questa danza sempre più ritmata, sempre più sincopata, a questa rappresentazione di tutte le vite possibili in cui è compresa anche la tua: quella che è stata, quella che è, quella che porta essere.
Quando capisci questo sei nel centro perfetto del magnete, hai la sensazione che i poli -il tuo e quello della città- si stiano saldando in modo definitivo, senti che non vorresti più staccarti da quell’unione perfetta.
Le immagini, le sensazioni, gli odori, i pensieri, confluiscono in una storia interiore immaginata eppure più vera del vero, in un’emozione capace di contenere tutti i pezzi sparsi della tua vita. È un movimento davvero simile all’amore, simile al sesso, un crescendo di sensazioni che culmina in un’estasi mozzafiato che percorre mente e corpo, che ti fa provare un’ebbrezza immensa, una sensazione così potente e pervasiva da lasciarti felicemente esausto.
…è un movimento davvero simile all’amore, simile al sesso, un crescendo di sensazioni che culmina in un’estasi mozzafiato che percorre mente e corpo, che ti fa provare un’ebbrezza immensa, una sensazione così potente e pervasiva da lasciarti felicemente esausto…
Eppure, ahimè, la felicità è provvisoria, l’intensità di uno stato di grazia che spreme i sensi e le fantasie non può essere definitiva. E poi la la città è volubile, è cangiante, è complessa: è solo una questione di tempo -poco o tanto in fondo non importa granché- ma qualcosa irrimediabilmente cambia: a volte in modo impercettibile, spesso in maniera repentina, ma ad un tratto la forza magnetica cambia polarità: può essere il cielo che si offusca, una visione che si infrange, molto spesso è la luce dura del primo pomeriggio che schiaccia le ombre, le cose, e la vita ad una dimensione di fiacca utilità. È come se adesso anche la città fosse esausta dopo quel lungo orgasmo, è come se anche la città reclamasse ora un distacco, una lontananza in cui ritemprasi, in cui ricomporsi, dove riflettere sulle confidenze e sui segreti scambiati con il proprio amante visitatore.

Allora la magia si affievolisce, le cose assumono un’aria stanca, quella forza magnetica che prima ti bloccava ora ti respinge. È un attimo: sai che devi andare via, sai che quel luogo non è il tuo luogo, non ti appartiene e tu non gli appartieni.
La tua traiettoria si ripete al contrario: ora la città ti espelle con tutta la violenza della sua forza magnetica, lo spazio di mezzo ti confonde ancora, la tua casa ti attrae con la sua polarità accogliente.
Ma non torni mai esattamente com’eri partito: in quegli istanti perfetti hai capito un po’ meglio parti di te, in quelle visioni apparentemente distorte hai visto meglio che in qualsiasi altra specchiatura chi sei davvero, nella tempesta sensoriale che hai attraversato hai trovato qualcosa che ha fatto vibrare il tuo sentire ad una frequenza così simile a quella delle tue emozioni più profonde. Davvero un orgasmo.
Forse non si può chiedere di più, forse non si può desiderare di più.
E dunque sei felice, felice di essere stato là, felice di essere ora qui. Felice soprattutto di esserti immerso in quella vicenda soltanto in compagnia di te stesso: di quello he sei ora, di quello che là ha lasciato un tempo una parte di sé, di quello che là o altrove scriverà nuove pagine di vita.