LE FRAGOLE DI BOSE

Questa è una storia di passi e di bottoni: di passi che tracciano una trama sulle vie del mondo, di bottoni che smettono di chiudere giacche e camice e si compongono in ardite fantasie sino a diventare gioielli.

So che è abbastanza facile immaginare un dedalo di orme comporsi lungo sentieri antichi che tagliano pianure assolate, attraverso isole in mezzo al mare, per colline che si innalzano per poi ridiscendere, fino a luoghi sacri e profani ricchi di storia che diventano punti notevoli di questo andare.

È meno facile invece immaginare come oggetti prosaici e da sempre legati ad una precisa funzione come i bottoni, possano diventare gioielli. Ma, del resto, la natura si occupa di creare meravigliose composizioni partendo da elementi semplicissimi: basti pensare –che so- ad un prato e alla avvolgente trama di semplici fili d’erba che diventa qualcosa di assai affascinante, di certo accogliente, sin emozionante.

Ma c’è un altro livello che complica un po’ le cose in questa storia di passi e bottoni: quei passi lenti su vie desuete e quei bottoni quasi tessuti tra di essi, hanno qualcosa in comune, qualcosa che li rende espressioni differenti di una stessa sensibilità: sono ambedue tratti distintivi e profondamente radicati di una forte personalità, quella di Chiara Trentin, donna sempre in cammino.

Chiara la riconosci all’istante, persino da lontano, persino nello scorrere un po’ compulsivo della home dei social: un paio di vistosissimi occhiali tondi con montatura rossa la annunciano a gran voce. Poi, quando ti fermi a parlare, ti accorgi che quegli occhiali così evidenti sono un’estensione della sua personalità spumeggiante, o forse semplicemente l’espressione materica della sua inesausta curiosità del suo costante bisogno di cogliere qualcosa del mondo e di lasciare al mondo una traccia o un’immagine di sé.

“Io e Enrico ci siamo incrociati in un social, ci siamo poi ascoltati nelle parole delle nostre storie. Enrico cerca significati molto introspettivi in racconti che gli arrivano interessanti…e li tramuta con parole che sono ricche di valore, con un’accezione assai positiva… Io percepisco le mie parole scritte un po’ strampalate, devo ancora riuscire a trovare pace nella gestione di un racconto steso, ma comunque sento che la necessità di condividere è più forte di un’attesa di una mia perfetta narrazione…”

Ci siamo conosciuti per bene –seppure a distanza, ahimè- qualche anno fa io e Chiara: io scrivevo per un giornale locale –La Provincia di Biella-, lei aveva appena pubblicato un reportage del suo cammino di Oropa, che è appunto nel biellese. Allora io, sempre alla ricerca di storie (in quel tempo per il giornale, ora per la mia curiosità e per questa pagina), l’ho contattata per farmi raccontare le sue sensazioni.

Ne è uscito un bell’articolo che io avrei voluto intitolare “Le fragole di Bose” (Bose è un monastero dove Chiara ha soggiornato durante il viaggio e dove le sono state offerte delle fragole) ma che la direzione del giornale chiamò in maniera più giornalistica.

Per me però quella narrazione ha continuato a chiamarsi “Le fragole di Bose”. E sono tanti gli elementi che mi fanno istintivamente pensare che quel titolo fosse il miglior modo per definire il racconto di quel viaggio: c’è l’evocazione del sapore fresco dell’ospitalità, c’è il riferimento ad uno dei luoghi più significativi del biellese –il monastero di Bose appunto- un luogo ecumenico dove religioni differenti si confrontano tra di esse, dove la spiritualità sa di filosofia ma anche di lavoro manuale, che dialoga in modo simbolico con Oropa: il santuario più grande e solenne del cristianesimo sulle alpi.

Ma le fragole, le fragole di Bose, evocano anche altri aspetti che si collegano a Chiara e ai suoi oggetti: il rosso intenso dei frutti rimanda subito al colore dei suoi occhiali, le dimensioni e la punteggiatura delle fragole in qualche modo fanno pensare ai bottoni.

“Enrico ha tracciato un invisibile filo conduttore del mio percorso, di camminate e di lavoro…sono molto grata a questo suo riconoscere intrecci di libertà… Le fragole di Bose sono state il nostro punto di partenza, il conoscerci meglio nel raccontarci a vicenda… E per me queste fragole rappresentano lo stupore e la meraviglia dell’inaspettato, quello che trovo nell’andare dei miei passi, quello che mi regala un intreccio di bottoni e fili, quello che cerco di comunicare con gioielli, con parole e immagini, provando  a condividere un po’ di emozioni vissute…”

Ecco, so che sono accostamenti un po’ arbitrari, ma la vita spesso si incarica di darci delle chiavi di lettura della propria altrimenti inestricabile complicazione, attraverso alcuni simboli.

Dunque, se quel racconto delle fragole di Bose mi ha così colpito, se ho subito pensato –appunto- ad occhiali e bottoni, un motivo ci sarà. Allora, procedendo per oggetti, simboli e significati (chi mi conosce sa che io penso e vivo così), la storia di Chiara, il suo progressivo percorso di liberazione dalla consuetudine un po’ soffocante della provincia del nord (lei vive in provincia di Venezia), non possono che essere raccontati attraverso le armonie di bottoni che diventano collane e attraverso le tracce dei suoi passi per le vie del mondo. E ci si accorge che nel distillare queste due dimensioni, quella dell’artigiana che crea gioielli partendo da un oggetto umile e quello della camminatrice che conosce i luoghi affidandosi alle sue gambe e ai suoi piedi, ci sono connessioni profonde, verità talmente chiare da risultare invisibili, come il fatto che la bellezza e la scoperta altro non sono che la ripetizione della semplicità –un bottone e un passo- che nel comporsi creano qualcosa di davvero notevole.

E la natura “umile” della materia prima, sia essa il bottone o il passo sul sentiero, racconta ad ognuno una profonda verità della quale è giusto e sin confortante prendere atto: la liberazione, la bellezza, la scoperta, la realizzazione, tutte quante le dimensioni a cui tutti noi in qualche modo aneliamo, non richiedono grande dotazione di partenza, ma possono essere costruite –appunto- da oggetti comuni o da ciò che di più semplice e naturale come il cammino.

“Mi definisco una caminante nel mio tempo libero (zaino in spalla lungo vari cammini e vie storiche) e nel mio lavoro, una creativa che aggrega bottoni e tanto altro (stati d’animo, idee, immagini, differenti prospettive, colori, musiche, percezioni, istinti, forme, trame di storie)… I passi di un cammino proseguono sempre in avanti, non si torna indietro, si attraversano luoghi mai visti, si incontrano nuove persone, si vivono ogni giorno esperienze e sensazioni inattese, non conosciute o premeditate…si va… E nel mio lavoro adoro immaginare che gli intrecci non siano solo di fili e semplici oggetti, ma di elementi che hanno il senso di qualcosa di ritrovato e che sono in grado di caricarsi affettivamente di ricordi e vecchie storie… Queste sono le mie forme di libertà…”

Ecco, questa è una storia in cui i piccoli elementi fanno qualcosa di più grande, una storia fatta di passi che portano lontano, una storia di forme di colori che mostrano i tratti di una persona, una storia bella bella.

“E siccome adoro follemente scrivere liste (sempre strampalate) delle mie emozioni, vorrei concludere con una delle ultime scritta in uno dei cammini che ho percorso quest’anno…

…sto imparando sempre di più: 

a dare spazio alla meraviglia

a emozionarmi davanti a un paesaggio

a commuovermi per le occasioni

a accorgermi di quello che ho attorno

a vibrare di sensazioni

a entusiasmarmi per le piccole cose

a godere degli attimi

a gioire delle possibilità 

a amare i miei stati d’animo 

a guardare da punti di vista differenti 

a prendermi cura di me stessa

a esultare per ogni tassello di vita aggiunto al mio percorso…

…terre potenti, luoghi preziosi in cammino sull’isola di Fuerteventura…”

Torna in alto