NEL BLU E LA SINFONIA DEI COLORI

Quando si lascia la strada statale D66, che da Opatija (Abbazia) segue fedele la costa sud dell’Istria, e si devia verso l’imbarco di Brestova, sembra quasi di rotolare verso il mare. Man mano che si scende, curva dopo curva, il blu del braccio di mare tra la terraferma e l’isola di Cres (Cherso) si espande sempre di più; nell’avvicinarsi cambiano le proporzioni, e la porzione di mare che si mostra tra le falesie di pietra bianca e la macchia mediterranea si fa sempre più presente, e la presenza si fa magnetica. Pare davvero di planare verso quel color cobalto, come se finalmente il mare avesse preso il predominio su tutti gli elementi e richiamasse il viaggiatore con tutta la sua forza irresistibile.

Le curve, disegnate tra le rocce bianche screziate di terra rossa e sovrastate dal verde dei pini marittimi, lambiscono il blu profondo dell’acqua, e guidare lì è un’esperienza sensoriale. Peccato che nella stagione estiva la coda ai traghetti sia in agguato dietro una qualunque di queste curve, e che il serpente multicolore di auto, motociclette, furgoni, camper, appena si svela, sopisca un po’ l’entusiasmo di chi pregustava già un tuffo nel mondo dell’armonia cromatica e geometrica.

Ma si sa che il piacere è appena rimandato: da Porozina, l’approdo dell’isola di Cres, la strada si arrampica tra ulivi e muretti a secco, per poi regalare un’esplosione di blu pochi chilometri più avanti, vicino alla deviazione per Beli (Caissole), su cui domina la foresta di Tramuntana, il lembo più settentrionale dell’isola, un labirinto di querce e castagni che si diradano in pascoli erbosi.

Appena dopo quella macchia selvaggia l’isola si stringe, fino a che i due tratti di mare che la costeggiano sono separati soltanto dalla strada, da una spianata di terra, e da rive scoscese; sì che ci si può fermare e sentirsi quasi completamente avvolti dal blu.

C’è vento, c’è quasi sempre vento in quella specie di istmo a qualche centinaio di metri di altitudine sul mare, e fermarsi lì è bello, meraviglioso. È bello caricarsi finalmente della forza di quei colori, del verde degli ulivi e della foresta, del bianco delle rocce, del rossiccio della terra, e del blu, il grande, potentissimo, seducente sin quasi al desiderio di perdizione, blu del mare Adriatico.

E in quei momenti, tra il sole che picchia forte, il vento che soffia vigoroso, il mare che appena si increspa, l’aria che porta odori di salsedine, di ulivi, di boschi e di sentori di animali, vengono in mente i racconti di Paolo Rumiz, o quelli di Predrag Matvejević, che di questo mare hanno cercato di scoprire e di narrare l’anima.

Ecco, so che suona un po’ stonato immaginare vacanzieri d’agosto che, anziché pensare a bagni e aperitivi, si lasciano trasportare da queste suggestioni: eppure, a spiriti in cerca di autenticità e echi di storie, l’isola di Cres stimola proprio pensieri e curiosità di questo tipo; un’isola ancora selvaggia, percorsa come una spina dorsale da una lunga strada che la segna più o meno a metà, svelando qualcosa ora di una riva, ora di un’altra. E poi vie laterali, che salgono appunto a perdersi tra fitte foreste e borghi misteriosi, o che invece scendono vertiginose, spalancando davanti agli occhi lo spettacolo di una mare atavico, rabbioso, mai completamente rilassante eppure profondamente rasserenante. E nell’impari dialettica tra i luoghi e gli uomini, testimoniata dalle tracce umili e utili delle attività agricole, pastorali, marinare che poco o nulla hanno modificato della crosta dura e grinzosa di quest’isola, e persino nel predomino della natura sull’uomo, si possono davvero trovare gli echi lontani eppure ancora intensi della vita di generazioni del passato.

Luoghi selvaggi come Mali Bok, la spiaggia di sassi oltre il villaggio di Orlec, una lingua di ciottoli in fondo ad insenatura, che si conquista a piedi con una discesa ripidissima, e che si paga ripercorrendo la via in salita, sotto un sole impietoso. 

Borghi -ad un tempo- maestosi eppure umili come Lubenice, che dall’alto domina un’altra parentesi di sassi bianchi che degradano in un mare turchese tra una cornice di pini verdissimi, oppure Ustrine, sonnacchioso paese di piccole vecchie case disposte su una balconata che si apre su un golfo di un blu cobalto, abbracciato da terre calve e arse, e regala una vista indelebile sulla maestà del mare. 

E poi altri piccoli villaggi, abbarbicati sulle rocce come Beli, oppure lambiti dal mare calmo di un lungo golfo come Valun.

Raccontare la magia e il fascino di ogni crocchio di case raccolte intorno ad una chiesa sarebbe difficile, fallace, probabilmente ingiusto: Cres, o Cherso, la si conosce un poco alla volta, percorrendone le vie laterali bordate da infiniti muretti a secco che paiono un monumento alla fatica, fermandosi a cercare uno spiazzo per permettere il transito a chi procede in senso opposto tanto sono strette le strade, oppure ammirando dall’alto uno scorcio di mare che si apre inaspettato. La si conosce, con fatica -tanto è scontrosa e selvatica, ma sincera, sì da premettere di serbare ricordi veri e indelebili- vagando per le stradine acciottolate dei villaggi mentre si osservano le modeste e commoventi architetture di taluni edifici, fermandosi a raccogliere i fichi dalle piante che sbordano sulle vie, dando la precedenza ad una pecora o a una capra apparsa all’improvviso, noncurante delle auto che incerte procedono sull’asfalto sbriciolato. La si conosce ancora un poco guardandola dal mare, magari spinti dal vento che riempie le vele di una barca spartana, con un bicchiere di vino bianco a corroborare i sensi e ad acuire la vista di nuovo persa tra forme e colori: ancora quel verde in alto che si fa ora macchia compatta, il bianco delle rocce e delle calette che si fa bordo, il blu cangiante che da viola degli abissi diventa turchese e poi azzurro e persino verde, a segnare la sua unione con la terra.

E allora capita proprio di pensare la sensazione dei colori che portano i segni del tempo, della storia, della vita che è passata di lì, non è soltanto una suggestione letteraria, ma è un codice criptico, complesso, prezioso, che chiede a tutti i viaggiatori che percepiscono qualcosa di vivo tra rocce, alberi e abissi, di fermarsi, di camminare, di guardare, annusare, percorrere, immaginare -senza mai sottrarsi alla fatica, al sole al vento, ma senza nemmeno negarsi il piacere dei sapori, dei profumi, del vino- per portare i propri sensi in sintonia con la sinfonia che risuona incessante lì, la sinfonia dei colori che raccontano tutto, che riassumono tutto, che danno fugace eppure persistente consistenza allo splendore.

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