Quando l’auto di suo padre accostò di fianco a quell’edificio austero lei provò una sensazione nuova: non riuscì a spiegarsela bene, ma la prima traduzione di quello stato d’animo che le venne in mente fu “quasi libera”.
Ebbe l’impressione di poter finalmente spiccare il volo.
Scesero dall’auto; suo padre prese la valigia dal portabagagli e lei si mise il suo borsone a tracolla. Sua madre la seguiva e cercava di sistemarle l’abito un po’ sgualcito dal viaggio mentre lei provava a divincolarsi.
Oltrepassarono il portone, attraversarono un cortile interno ed entrarono in un atrio con il pavimento in pietra.
Guardò i suoi genitori: tutti e due indossavano gli abiti della festa, sua madre si era fatta la messa in piega. Ma più che mostrare adeguatezza al luogo e alla situazione, quei vestiti buoni sottolineavano il loro imbarazzo.
Lei portava un abito a stampe floreali, una giacca blu e un paio di ballerine, anch’esse blu.
Entrò in un ufficio, sbrigò le procedure burocratiche e fu accompagnata alla sua stanza. I suoi la seguivano a qualche passo di distanza, sempre più smarriti.
Lasciarono la valigia e la salutarono con una velocità surreale.
Lei rimase sola, in piedi in mezzo alla stanza, un po’ emozionata e un po’ confusa, con l’eco delle ultime parole di sua madre che le risuonavano nella testa: -Ricordati che sei qui per studiare.
Le sembrò che quel laccio troppo stretto che da sempre la tratteneva stesse finalmente per allentarsi.
Respirò forte e si disse:-Quasi libera!
Sedette sul letto nella sua piccola stanza spoglia. Oltre al letto ad una piazza c’erano soltanto una scrivania, una sedia, un armadio e un piccolo scaffale per i libri. Ma la finestra affacciava sul giardino interno, proprio di fronte ad un grande albero che iniziava a mostrare le prime foglie ingiallite. Pensò che a primavera avrebbe goduto della fioritura.
Le sembrò una promessa.
-.-
Attraversava la città a passi veloci fino all’università. Guardava gli altri ragazzi nelle pause delle lezioni: si incontravano a gruppi nel cortile. Parlavano, ridevano, fumavano insieme.
A volte camminava fino al fiume e sedeva su un muretto; guardava ancora quei ragazzi, guardava quelle scene di vita.
Le ragazze indossavano jeans e scarpe da ginnastica. Portavano i capelli lunghi e quando li scostavano mostravano i lobi delle orecchie ornati da tanti orecchini.
Un desiderio di libertà saliva forte dentro di lei e si saldava a quelle immagini che le scorrevano davanti agli occhi.
Lo avvertiva proprio fisicamente: al solo pensiero di quei dettagli si sentiva avvampare, sentiva il suo corpo tendersi, il battito del cuore farsi sempre più forte.
Avrebbe tanto voluto abbandonarsi a quei desideri. Avrebbe voluto essere come quelle ragazze: godersi la libertà dei suoi vent’anni, incontrare, parlare, ridere, baciare, amare.
Ma pensava a cosa avrebbe detto sua madre di quelle ragazze: -Vogliono essere libere, vogliono solo essere belle. Che sciocche, dovrebbero vergognarsi! E avrebbe aggiunto: -Per fortuna tu non sei così: tu sei seria, obbediente.
Sentiva la rabbia salirle dentro: -No, io non sono così, non sono come credi tu!- avrebbe voluto urlarle.
Voleva essere anche lei libera. Voleva essere bella.

-.-
Voleva squarciare quel velo invisibile eppure fitto che le impediva da sempre di gettarsi nella mischia della vita. Voleva spazzare via quel ritegno che la condannava ad una perenne invisibilità.
Si era sempre sentita in quel modo: appartata e invisibile. La vita pareva scorrere accanto a lei con una dinamica incomprensibile.
Ma ora non poteva più essere così, non doveva più essere così: iniziò ad indossare i jeans e le scarpe da ginnastica, gettò via il cerchietto che le schiacciava i capelli e mosse la sua pettinatura.
Iniziò a credere davvero che i suoi desideri potessero segnare la sua vita.
-Finalmente si accorgeranno di me- pensò, -la mia vera vita sta davvero per iniziare.
La sera quando si coricava ripercorreva le sue sensazioni e pensava alla sua bellezza che stava per sbocciare: quasi libera, quasi bella.
Percorreva con il pollice e l’indice della mano sinistra il profilo dell’orecchio sino a sentire il metallo dell’orecchino: quegli orecchini da brava ragazza che erano stati la sua unica ribellione. Ripensava all’eccitazione di quando aveva fatto i buchi: un attimo prima la pelle intatta; un attimo dopo un lieve dolore, un po’ di bruciore, la sensazione di avere fatto qualcosa di irreversibile.
I suoi polpastrelli indugiavano un po’ sul metallo dell’orecchino con una lieve pressione, si spostavano di qualche millimetro sulla pelle compatta del lobo, la accarezzavano fino ad indolenzirla, poi lei piegava le dita e si pizzicava forte con le unghie, sino ad incidersi un eccitante dolore. Intanto con la mano destra percorreva lentamente il suo corpo, si accarezzava in mezzo alle gambe e con le dita si sfregava delicatamente fino a provare il brivido di un orgasmo.
Ogni movimento, ogni carezza, ogni sfregamento erano accompagnati dalle immagini di lei con indosso i suoi jeans, dei suoi piedi cinti nelle scarpe da ginnastica, dei suoi lobi trafitti da tanti orecchini.
Una sera decise che quel “quasi libera, quasi bella” non bastava più.
Era tempo di fare qualcosa, di conquistare davvero la sua libertà per essere finalmente bella.
Si, aveva deciso: il giorno seguente avrebbe di nuovo bucato i suoi lobi.
Ancora una volta qualcosa di irreversibile, qualcosa da cui non potere più tornare indietro. Non sarebbe mai più stata quella di prima.
Quei lobi bucati sarebbero stati per sempre il simbolo della sua libertà conquistata, quegli orecchini il luccichio della sua nuova bellezza.
Quel pensiero le dava alla testa, le riempiva la mente e il corpo di un’ebbrezza incontenibile.
Si coricò nel letto. Le sue mani percorrevano all’impazzata le orecchie e la pelle, pizzicavano, sfregavano, ora con violenza ora con delicatezza. Arrivata all’orgasmo cadeva spossata per un po’, poi la visione della sua nuova vita si impossessava ancora di lei, sentiva un brivido lungo la schiena, e ricominciava.

Passò la notte così, ad accarezzare eccitata la sua pelle, il suo godimento e la sua nuova vita: finalmente libera, finalmente bella.-.-
Si ritrovò nel cortile dell’università. Era una bella giornata di primavera. Prima di uscire dal collegio aveva ammirato la fioritura del suo albero.
Indossava un paio di jeans ed una maglietta a righe. Ai piedi portava un paio di Converse alte, bianche.
Si passò le dita alle orecchie e sentì il metallo degli orecchini. Ne aveva tre nel lobo sinistro e due nel destro.
Si sentì davvero libera e bella.
Si guardò intorno convinta di essere vista. Ma non accadeva nulla. Tutto si muoveva intorno a lei senza che nessuno la notasse.
Cercò di parlare ma la sua voce non usciva dalla bocca. Provò ad urlare ma sentì soltanto le labbra irrigidirsi senza che si udisse alcun suono.
All’improvviso il cielo si annuvolò ed iniziarono a cadere grosse gocce di pioggia. Tutti fuggirono a cercare riparo, ma lei non riusciva a muoversi. La pioggia diventò fitta. Si trovò di fronte sua madre che la fissava gelida con il suo sguardo tagliente: -Tu non eri così- le sibilò, -dovresti vergognarti!
La pioggia le aveva inzuppato i capelli, i vestiti, le scarpe. I lobi delle orecchie le facevano male, bruciavano: un dolore tremendo che le attraversava tutto il corpo.
-.-
Si svegliò tutta sudata. I muscoli erano contratti, la testa le scoppiava, dallo stomaco saliva una nausea che si mischiava ad un senso di colpa schiacciante. Si portò le dita alle orecchie ma c’erano solo i suoi consueti brillantini. Nient’altro.
Sedette sul letto e cercò di respirare: -Tranquilla- si disse, -è stato solo un sogno.
Ma pensò subito che quel sogno non era poi così lontano dalla realtà.
Ripensò ad una sera d’estate di qualche anno prima: c’era la festa patronale in paese e i suoi si erano incamminati verso la chiesa. Lei aveva lasciato che andassero avanti e aveva indossato i suoi nuovi jeans. Li aveva comprati di nascosto spendendo tutti i suoi risparmi.
Aveva le gambe in quella tela rigida, e aveva chiuso la lampo provando un brivido di piacere; Si era accarezzata forte il sedere sentendosi per la prima volta bella. Aveva indossato una semplice maglietta un po’ scollata che mostrava le curve del suo seno piccolo e sodo.
Aveva scosso il capo sentendosi quasi ubriaca -o almeno pensava che ci si potesse sentire così- e si era scombinata i capelli.
Quando sua madre l’aveva vista arrivare subito l’aveva trafitta con il suo sguardo più duro, poi si era voltata e se n’era andata. Lungo la strada non le aveva rivolto la parola, né in casa l’aveva degnata di uno sguardo. Quando lei le aveva chiesto supplicando il perché le aveva risposto seccamente: -Mi hai fatto vergognare.
Guardò fuori dalla finestra: i rami dell’albero erano spogli, protesi davanti ad un cielo grigio.

Si lavò insistentemente per liberarsi da tutto quel disgusto.
Poi indossò una gonna a pieghe, una camicetta ed un golf fatto ai ferri da sua madre.
Infilò le ballerine.
Si levò persino i suoi orecchini.
Prese i suoi libri: aveva un esame da preparare.
-Libera e bella io?- si disse in un modo che le aprì una voragine dentro. -Che sciocchezza. Io sono qui soltanto per studiare.