SOTTOCOPPIA

Sottocoppia è un’espressione usata nel gergo motoristico; indica un regime di rotazione del motore inferiore a quello in cui esso esprime la coppia massima. Senza voler indulgere in complicati tecnicismi che non sono nemmeno certo di saper gestire, bisogna però perlomeno precisare che la coppia è ciò che in fisica si chiama momento torcente, ossia il prodotto tra la forza generata dalla detonazione del carburante nella camera di combustione e la lunghezza del braccio di leva dato dalla biella infulcrata sull’albero motore. Il regime di coppia massima è quello in cui il motore “gira” meglio, ovvero la combustione avviene nel modo migliore, dunque è più efficiente e raggiunge il massimo del rendimento. 

Ora, sapete bene che già i motori a combustione interna non sono dei portenti in fatto di rendimento energetico, dunque la rotazione in sottocoppia -in termini meramente razionali- indica un cattivo utilizzo del motore, una condizione che si traduce tra l’altro in un movimento recalcitrante degli organi meccanici, i quali emettono vibrazioni profonde e rumori asincroni, quasi disarmonici.

Succede di utilizzare il motore in questo non ottimale regime di rotazione quando si cerca uno spunto e una maggior potenza senza premurarsi di scalare marcia per permettere -appunto- al motore di lavorare nelle migliori condizioni. In quei casi il maggior afflusso di carburante causato dalla pressione sull’acceleratore (o dalla sua rotazione se siamo alla guida di una moto), provocherà una combustione non ottimale all’interno delle camere di combustione del motore che avrà come conseguenza proprio quelle vibrazioni e quei rumori disarmonici di cui si diceva poco fa.

Dunque quella del sottocoppia è una fase in cui il motore non funziona al meglio, una fase della quale i guidatori più tecnici e quelli sportivi hanno istintiva ripulsa, quasi uno scandalo, è una condotta che probabilmente ai loro occhi identifica i guidatori poco capaci, poco attenti, dei “passeggiatori” a motore più in sintonia con i propri volatili pensieri che con il funzionamento del  motore.

In realtà non è proprio così: come in ogni situazione alle regole ci sono delle eccezioni, spesso assai vistose, come in ogni ambito dell’agire umano esistono sfumature che fanno sì che la dimensione di piacere, di godibilità e -sì- anche di relativa correttezza, si inseriscano in uno spettro assai più ampio di quello che un grafico, una tabella, o un insieme di regole applicate un po’ pedestremente potrebbe far credere.

Dunque capita che la fase del sottocoppia possa mostrare qualcosa di estremamente piacevole, un gusto inaspettato, imprevedibile, che si svela sorprendentemente in quel movimento un po’ grezzo e un “sporco” del motore. 

Soprattutto nei motori motociclistici, complice anche la massa ridotta del mezzo, specie nei monocilindrici e nei bicilindrici a bassa potenza specifica, nei motori raffreddati ad aria, in particolare in quelli a corsa lunga, l’esperienza della guida sottocoppia, delle riprese da basso numero di giri, regala sensazioni molto belle: le lancette di tachimetro e contagiri galleggiano nella zona bassa intanto che il polso imprime una moderata ma netta rotazione alla manopola dell’acceleratore, magari in un bel tratto di salita, all’uscita di una curva stretta, magari in una strada immersa in un bosco, mentre i sensi del guidatore sono tutti stimolati da una sinfonia di belle sensazioni. All’improvviso il motore cambia un poco la sua voce, si percepiscono quelle detonazioni un po’ zoppe che non sarebbero giuste ma che sono tanto belle, il telaio trasmette qualche vibrazione a bassa frequenza che diventa quasi una danza ipnotica. Per qualche metro il motore scalpita un po’ esitante ma vigoroso, e restituisce delle sensazioni intense che si fondono con tutto ciò che circonda il motociclista e la sua motocicletta.

Poi rapidamente il motore raggiunge la sua coppia massima, il suono si distende in una specie di canto regolare, le vibrazioni spariscono, la velocità cresce senza più esitazioni, le lancette degli strumenti magari passano la metà della scala dei quadranti.

A me pare che questo andamento sia simile alla musica, la musica classica con i suoi tempi: si parte da un tempo lentissimo, se ne attraversa uno grave, ancor lento eppure maestoso, e poi via, con un intermezzo moderato, verso un allegro, forse addirittura un vivace.

Il sottocoppia ricorda l’imponente rombare dei timpani di un’orchestra che irrompe maestoso per poi lasciare spazio ad un crescendo di archi e fiati. Un ritmo intenso, un po’ grave, poderoso, che lascia già presagire quel canto lieve e rapido che arriverà portando con sé quasi una sensazione di volo.

Ecco, questo è ciò che regala un motore capace di riprendere dal sottocoppia: un muscolare ed emozionante passaggio dalla lentezza alla velocità.

Provate ad immaginare quei colpi netti e rimbombanti delle percussioni dell’orchestra, quel tremare indotto dalle mazze del percussionista sui timpani e avrete precisa la sensazione di ciò che sa regalare il sottocoppia.

E forse questo andamento -musicale o motoristico poco importa- è simile a certe fasi della vita. Mentre salgo in motocicletta lungo i tornanti che mi staccano dalla pianura e che in pochi chilometri mi portano in collina, mentre proseguo la salita zigzagando tra le curve verso la montagna, intanto che guardo dall’alto una pianura che da lì pare addirittura bella e ordinata e intanto fisso dal basso le cime imperiose che mi attraggono come un magnete, mentre descrivo qualche curva stretta, ecco, mi capita di evitare coscientemente di scalare marcia proprio per ritrovarmi con il motore che attraversa quella lieve incertezza prima di riprendere vigore e spingere poi con un’avvolgente decisione. È quel breve intermezzo in cui i pistoni paiono esitare, quel momento  fatto di strane vibrazioni e di inconsueti rumori cupi e un filo balbettanti -tum-tum-tum, tum-tum tum- forte, intenso, poi sempre più rapido fino a dissolversi in uno scoppiettio regolare e sempre più vivace che pare capace di farti conquistare davvero la vita.

E quel rullare di pistoni diventa davvero il battito di una percussione che innalza il ritmo della musica, evoca qualche sonata di musica classica che non conosco che che magari mi ronza in testa come una reminiscenza, oppure i meravigliosi tocchi di batteria di “She’s A Rainbow” dei Rolling Stones.

Allora penso che in fondo, nel funzionamento di un motore, nell’andare lungo la strada, nel movimento di una motocicletta, c’è una rappresentazione fedele delle dinamiche umane. E che  nell’affrontare le salite, le curve, nel tentativo generoso di alzarsi dalla pianura per provare a guardare le cose dall’alto, più che la velocità, la potenza, lo guardo teso alla meta, conti quella capacità di scendere fino alla lentezza estrema, quasi a rasentare l’immobilità, ad un filo dal perdere l’equilibrio, per poi riprendere tra scossoni e incertezze fino a percepire un ritmo pieno. Sapendo bene che da lì a breve una nuova curva, un nuovo rallentamento, ci metteranno di nuovo nella condizione di dover ricominciare daccapo, ma senza mai esserci fermati.

Non c’è tribolazione in questo andare tra il motociclistico, il musicale e l’esistenziale, non c’è fatica, non c’è alcuna traccia di qualsivoglia rinuncia: per ogni rallentamento c’è un dettaglio nuovo che si mostra con chiarezza, c’è un rifiatare -sia esso del motore, della musica, del ritmo di vita- c’è la consapevolezza che basta un movimento, una manovra, una spinta per riguadagnare rapidamente strada, ritmo, prospettive.

Ho imparato ad amare molto questa capacità di certi motori di riprendere con vigore dal basso, ho imparato ad amare la musica quando si fa da lenta a veloce passando per uno stacco maestoso, sto provando ad imparare ad affrontare la vita allo sesso modo, senza farmi scoraggiare da salite, curve, rallentamenti in cui pare spesso di perdere l’equilibrio. In questi casi provo a non guardare la meta, ammesso che la meta esista, provo a non pensare alla velocità, che spesso non è affatto un valore, ma cerco di trovare la forza che serve ogni volta per ripartire con rinnovato vigore.

E intanto mi guardo intorno, osservo e fisso dentro di me luoghi e sensazioni, accordo pensieri, respiro in profondità per imprimere in me una traccia di quel vissuto.

Poi capita anche di correre sulle ali della coppia massima, proprio come quando la musica si distende in un crescendo e va via verso un allegro o addirittura un veloce. Oppure come quando parte un assolo di chitarra elettrica.

Ed è un bel momento. Ma per goderlo appieno serve quel passaggio maestoso, quell’intermezzo magari ritmato da solenni percussioni oppure dal battito irregolare di pistoni, quel sottocoppia che ti da uno scossone e ti spinge avanti, ricordandoti ogni volta di gustare tutto, ma proprio tutto, ciò che ti capita di vivere.

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