STANZE DI VITA QUOTIDIANA

“Stanze di vita quotidiana” (1974) è uno degli album più crudi e introspettivi della discografia di Francesco Guccini. Sin dalla traccia più nota delle sei canzoni che compongono il disco, l’amara ballata “Canzone delle osterie fuori porta”, le liriche sono pervase da un senso di disillusione, di amarezza, da una rassegnazione che non è segno di pacificazione raggiunta ma esausta  accettazione delle logiche incontrollabili di un mondo conformista e codificato malamente: “Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta. Qualcuno è andato per età, qualcuno perché già dottore, e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera ed è una morte un po’ peggiore”.

Fu proprio quest’album a provocare la feroce e sferzante recensione del critico Riccardo Bertoncelli che ispirerà poi la celebre e liberatoria strofa de l’Avvelenata (pubblicata due anni dopo) in risposta alla stroncatura del critico: “Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate”.

Su sfondi musicali scarni e lividi, scorrono lenti e dolorosi racconti di amori che sfioriscono, di ipocrisie elevate al rango di strategie di sopravvivenza, di immagini un po’ sfocate del timore per lo scorrere implacabile del tempo, della nostalgia stringente per le amicizie perdute.

Inutile girarci intorno: l’ascolto è un’esperienza tesa, a tratti claustrofobica, un pugno dritto nello stomaco che va a ridestare in noi echi di analoghi dolori che l’incedere veloce e spesso incomprensibile del nostro tempo ha annegato nelle rapide della quotidianità.

Così, mentre le note e le parole si dipanano nell’ascolto, le nostre personali “stanze di vita quotidiana” si materializzano intorno a noi. Si fanno gabbie silenziose, talvolta persino prigioni assillanti, ma – paradossalmente – anche rifugi protettivi rispetto a un mondo esterno che si rivela spesso ugualmente opprimente e di certo ancor più caotico.

Capita di camminare con un passo lento e vuoto, quasi da sonnambuli avvezzi a quei percorsi, attraverso quegli spazi che si sono fatti -giorno dopo giorno- comode riduzioni della vita, forme soffocanti ma semplificanti del vivere.

Allora si spegne il ribellismo giovanile, soffocato dentro quelle stanze dove siamo costretti a vender a poco il nostro tempo, si fanno sempre più confusi quei sogni di fuga che una volta sembrava quasi di poter afferrare, là, su un fondale fatto di città vive, o di mari sconfinati, oppure di montagne misteriose; le rabbie furibonde, gridate contro i cinici  profittatori del nostro tempo di vita si placano. Si smorza persino la frustrazione di non aver saputo trovare la via d’uscita.

“Allora si spegne il ribellismo giovanile, soffocato dentro quelle stanze dove siamo costretti a vender a poco il nostro tempo, si fanno sempre più confusi quei sogni di fuga che una volta sembrava quasi di poter afferrare, là, su un fondale fatto di città vive, o di mari sconfinati, oppure di montagne misteriose; le rabbie furibonde, gridate contro i cinici  profittatori del nostro tempo di vita si placano. Si smorza persino la frustrazione di non aver saputo trovare la via d’uscita”

Sì, perché ormai quelle città percorse da migliaia di vite, quei mari agitati da burrasche e acquattati in bonacce, quelle montagne così aspre e indecifrabili ci fanno paura, non siamo riusciti a capirle, e forse la morbida reclusione in quelle stanze in cui il tempo diventa una lunga parentesi è ciò che siamo riusciti davvero a realizzare. E a meritare.

Rimane uno sguardo non rasserenato, forse rassegnato, certo trafitto da un punta di dolore che non va più via, ma che -ahimè- si accetta come compagno fisso di quelle lunghe ore quotidiane.

E si capisce che -in fondo- quello sguardo nonostante tutto ancora acceso, insieme alla fantasia ugualmente ancora battente che gli è strettamente legata, è la più approssimata, fragile, ma anche possibile forma di libertà. O almeno una manifestazione minimale di quell’anelito vitale -la libertà appunto- che forse, nonostante gli anni sedimentati in noi, non abbiamo ancora imparato a maneggiare davvero.

“I decenni volano, sono certi pomeriggi che non passano mai” diceva Adriano Sofri. E forse questa è la sensazione più angosciante che ci attanaglia in quelle nostre stanze di vita quotidiana.

“I decenni volano, sono certi pomeriggi che non passano mai” diceva Adriano Sofri

E a ferire ancora di più è la beffa di coloro che in quelle stanze hanno messo radici, o che addirittura hanno modificato il proprio essere sì da adattarsi ai pavimenti e alle pareti come se essi stessi fossero oggetti di arredamento di quei posti là; le parole goffamente e gratuitamente  sferzanti dei nostri personali Bertoncelli, grandinano su di noi, a maledire cinicamente il nostro dolore e a ferire ostentatamente la nostra inesausta e irrazionale speranza di una vita diversa.

Ma finché il nostro sguardo è vivo, finché la nostra fantasia riesce a fare a pugni con la realtà prosaica dei nostri giorni -anche a costo di pagare quella vitalità delle emozioni con un dolore acuto di corpo e mente- ecco, finché i nostri sensi non si ottundono nell’accettazione acritica delle liturgie celebrate nelle stanze quotidiane, possiamo ancora sperare di imparare a maneggiare e a vivere finalmente la nostra libertà.

In ostinata controtendenza rispetto all’età che si fa consistente, in aperta opposizione ai beffardi richiami ad accettarla quella realtà, a fondersi con quelle stanze, a smettere di agognare goffamente un altrove che non esiste.

Ma se non ci arrendiamo, se continuiamo a volgere lo sguardo verso altri luoghi, se non smettiamo di allenare passi e fantasia, e conoscenza autentica del mondo, alla fine, forse, ci saremo meritati anche noi le strofe catartiche de “L’Avvelenata”.

E canteremo a finalmente squarciagola: “Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a cantare, godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare”. 

E concluderemo, assolvendoci persino un po’, così: Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso. Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso. E quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare. Ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto”

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