Uno dei miei grandi desideri di questa età è avere un bosco dietro casa: passare l’uscio e poter subito camminare nell’intrico stretto dei sentieri che si smarriscono labili tra gli alberi, presenze apparentemente fisse eppure continuamente mutevoli. Ma non c’è un bosco dietro casa mia: la mia vita è assai più ordinaria di ciò che vorrei, dunque -molto più prosaicamente- dietro casa c’è un cortile con l’accesso al garage, mentre davanti un piccolo giardino, che nel suo essere pare più un omaggio alla natura che una manifestazione della stessa.

Un tempo invece avrei tanto voluto avere una città sotto casa: uscire dal portone e immergermi subito nelle dinamiche umane misteriose, nella storia stratificata, nelle vie e nei palazzi. Anche lì, apparentemente immutabili eppure ad ogni passaggio nuovi. Ma non c’è mai stata una città fuori dal cancello di casa: soltanto vie carrabili che uniscono le dimore private ai luoghi di lavoro e ai negozi, quasi che la vita vera fosse quella cosa lì.

Per la città e per il bosco è necessario salire in auto e correre via: o verso una piana ancor più piana solcata dalle autostrade, o su per vie di curve, a recuperare -un tornante alla volta- quota, aria, senso della storia, libertà.
Che poi forse la ricerca della libertà è la chiave di tutto. Che poi forse sottrarmi alla spirale utilitarista delle dinamiche casa, lavoro, consumo, è la vera domanda che pongo ai miei giorni, al mio sguardo e ai miei passi.
Dunque città e bosco smettono di essere orizzonti antitetici e diventano luoghi diversi in cui cercare le medesime risposte. Oppure luoghi in fondo simili in grado di rispondere a differenti domande.

Allora perché non sono mai riuscito a penetrare la superficie dura ancorché bella e seducente delle città? E perché faccio così fatica ad entrare davvero nel bosco, non semplicemente a percorrerlo?
Forse quella separazione fisica tra la mia casa e i luoghi del mio cuore è la rappresentazione fisica di una barriera che mi impedisce di immergermi davvero nel flusso della vita che vorrei.
Nel corso degli anni ho imparato una cosa: il tempo è ciò che davvero permette di superare le barriere e i limiti; hai voglia di chiamare in causa la determinazione, la fatica, il coraggio. Certo, tutto è importante; ma queste doti, queste disposizioni all’azione, altro non sono che corollari del tempo, un tempo dedicato al proprio desiderio, un tempo donato a ciò che ci sta a cuore dunque a noi stessi.
E mi accorgo che il problema forse è proprio quello: un tempo dedicato all’osservazione, alla conoscenza, a quel fondamento di cultura che serve per andare per le vie, siano esse di pietra lavorata e cemento oppure di terra, sassi e alberi.

Il luoghi svelano la loro essenza ai pazienti osservatori. Nessun rapido passaggio può lasciare dietro di sé, nell’animo e nella mente di chi l’ha compiuto, il senso dell’esperienza vissuta, il senso di aver stabilito un rapporto sì che quel luogo diventi davvero il “nostro” luogo.
Sono tante le cose da conoscere, da interiorizzare, da ricordare; ma non le si può mandare a mente con un’immersione libresca nelle vicende di quei posti lì. Bisogna camminare, annusare, osservare, ascoltare. Certo anche leggere, perché non tutto si mostra tra le pieghe della realtà fisica, ma sempre con tempo, attenzione, come se anche la lettura fosse un calmo passo tra i meandri di una storia complessa a affascinante.
I toponimi, la storia, le storie, le vicende umane, le mode, i linguaggi, la cultura stratificata, le parole dei testimoni e quelle delle avanguardie sono necessarie per capire e vivere le città.
La mappa dei sentieri e i loro significati, le traiettorie della vita alpina, le piante e i loro nomi, le vicende umane consumate nello sguardo forse imperturbabile di una natura che eccede l’umano.

Sono questi, e tanti altri ancora, gli elementi di conoscenza da far propri per sentirsi davvero parte dei luoghi. Non basta certo attraversare una via, percorrere un sentiero, per poter dire di conoscere una città, un borgo, un bosco. La vita ha lasciato lì segni profondi lì: ma scoprirli, capirli, interpretarli non è facile. Ma forse non è nemmeno così difficile. L’importante è iniziare ad andare, cercando nel frattempo di dare un nome alle cose. E per questo ci vuole tempo. Un tempo che, ad una certa età -finalmente si capisce- non essere più un tempo perso ma guadagnato.
