ELEONORA (I)

Parte I: STRETTOIE

La Professoressa Eleonora Bianchi uscì dal portone della scuola e fu investita da una tremenda folata di caldo che le calò addosso come il colpo di un maglio. Per un istante temette di cadere a terra. Cercò la bottiglietta in borsa. Bevve. Le venne voglia di sputare: l’acqua era calda, calda come l’aria, calda come quella vampa che da un po’ la prendeva dentro.

Respirò forte, e nonostante la calura di quel giugno che sembrava già agosto, si riprese un po’. Cercò ancora nella borsa gli occhiali da sole, ma si accorse di non averli. —Maledizione! Almeno le lenti scure avrebbero mitigato un po’ quel bianco latteo in cui la canicola sembrava amplificarsi.

Si incamminò nel sole sadico di mezzogiorno ripensando al fiume di parole vuote che aveva sentito in quell’ultima riunione dell’anno: una sequela di banalità, supponenze, vanità. A un certo punto aveva smesso di ascoltare: voci scomposte che si parlavano una sull’altra, frasi infinite che non dicevano niente, interventi piazzati lì solo per mostrare di esistere.

Lei aveva comunicato il minimo indispensabile e poi si era ritratta nell’attesa penosa che tutto finisse presto. —È sempre stato così? le venne da chiedersi mentre cercava di ricordare dove avesse parcheggiato l’auto. —Davvero queste riunioni sono sempre state il trionfo dell’ovvio, dell’inutile, della banalità o una volta era meglio?

Ripensò ai suoi anni giovanili, alla sua scelta di fare l’insegnante per la sua allora convinta fiducia nel ruolo dell’istruzione. E le vennero in mente visi, voci, situazioni, brandelli di lezione. Ma nessuna riunione. Proprio no.

—Dovevano sempre essere state una palla gigantesca– pensò ancora, —ma allora ero giovane e resistente, adesso invece… Troncò la frase nella sua mente, non voleva dirsi la conclusione: da lì ad un paio di mesi avrebbe compiuto cinquantasei anni, e quello sbilanciamento dall’asse mediano dei cinquanta le faceva paura.

UN GIUGNO CHE SEMBRAVA GIÀ AGOSTO

Riprese a camminare ma i piedi le facevano male: —Maledetti tacchi, li ho sempre odiati, perché ci ricasco sempre e li indosso?

Adesso ogni passo le provocava una scossa lancinante che partiva dai suoi poveri piedi martoriati dalla pelle rigida delle scarpe e da quel tacco legnoso che rimbombava sulle lastre di pietra, e si espandeva su per le gambe gonfie fino a martellarle la schiena. Tac-tac-tac. Ogni contatto col suolo era una scudisciata. E quel rumore, quell’onomatopea ridicola, era il suono del tributo che pagava alla società.

Sembrava che quel fracasso del suo incedere si amplificasse sotto le volte ad arco dei portici, fino a martellarle la testa. Intanto le lenti a contatto si erano seccate e le facevano bruciare gli occhi.

—Cazzo, avessi almeno quei maledetti occhiali da sole! sibilò provata da tutti quei fastidi. —E poi, pensò, —anche le lenti a contatto le ho sempre detestate: le dita negli occhi mattina e sera, quella sensazione di avere un corpo estraneo negli occhi, le irritazioni. Manco fossi chissà quale bellezza da non deturpare con gli occhiali!

Intanto avanzava claudicante, attenta a non infilare i piedi in qualche fessura della pavimentazione: ci mancava solo che le si rompesse un tacco. Si sentiva tutta sudata, la testa le faceva male, i piedi erano sempre peggio, gli occhi bruciavano tanto che aveva voglia di strappare via le lenti e procedere nella nebbia della miopia, la borsa con libri e documenti pareva un macigno. Persino i vestiti, inumiditi dal sudore, schiacciavano le curve del suo corpo — curve che, —mannaggia—, si erano allargate un bel po’.

La sfiorò il pensiero dei capelli: chissà come erano ridotti? Pensò che da un bel po’ di giorni aveva notato una brutta ricrescita grigia sotto il biondo che da anni era diventato il suo colore posticcio. Ma il solo pensiero di passare ore in un negozio di parrucchiera la faceva sentire male.

Sentì la gola arsa, ma l’idea di bere un altro sorso di quell’acqua calda come urina la fece inorridire. Entrò in un bar che le era apparso davanti come l’unica speranza di salvezza. Un locale molto carino dove si fermava qualche volta a pranzo: sapeva che sul retro c’era un cortile interno con dei grandi alberi che le avrebbero regalato un po’ di refrigerio.

UN BAR. FINALMENTE QUALCOSA DI ACCOGLIENTE

Sedette su di una poltroncina di vimini ricoperta da un cuscino che cigolò un po’ per adattarsi al suo corpo e godette di quell’abbraccio morbido e crepitante: finalmente qualcosa di accogliente. Ordinò una Lemonsoda con ghiaccio e attese con impazienza che il cameriere portasse la lattina imperlata di quelle goccioline che facevano presagire un piacere freddo.

—Prego Signora—, disse il giovane cameriere con i capelli legati in un corto codino e dei bei baffetti curati. —Che strano, pensò lei, —ai miei tempi nessun giovane avrebbe mai portato i baffi.

Bevve un lungo sorso di quella Lemonsoda ghiacciata e sentì le sue membra interne distendersi, come se quel liquido aspro e freddo avesse irrigato una terra troppo secca. Poi chiuse gli occhi e prese a massaggiarsi le tempie dolenti, nella speranza che la combinazione tra frescura della bibita e quella piccola coccola alleviassero il suo dolore alla testa e agli occhi. Intanto sfilò le scarpe dai piedi e le sembrò che le sue dita rinascessero. —Chissà se poi riuscirò ancora ad infilarle, pensò.

Mentre era lì in quella posa che doveva essere persino comica — mi ci manca solo un fazzoletto bagnato in testa — sentì delle voci di giovani donne che si avvicinavano. Sedettero proprio nel tavolino accanto a lei. Eleonora si sentiva piuttosto in imbarazzo, le sembrava di essere una di quelle vecchie pellegrine che in un santuario mariano siedono esauste su una panchina agitando il ventaglio. —Ecco, si disse, —il prossimo passo sarà il ventaglio!

Continuò a tenere gli occhi chiusi; sentì i passi del cameriere, sentì la sua voce che salutava le ragazze: —Ciao ragazze, che cosa vi porto? —Ciao ragazze, buongiorno Signora. Già, masticò amaro tra sé e sé.

—Due Coca Cola, grazie!, sentì rispondere. Intanto lei era lì nella sua posa da anziana pellegrina e non osava aprire gli occhi. Un attimo dopo sentì il rumore di un accendino e fu subito investita da un forte odore di fumo. Pensò che un tempo avrebbe finto di essere infastidita, invece lì, in quel torpore doloroso, quel sentore denso e forte le sembrò assai piacevole, forse persino balsamico. Inspirò profondamente e quel fumo le entrò in corpo quasi come se stesse fumando.

C’era qualcosa di nuovo e di antico in quel suo sorbire un fumo non suo. Quelle volute amare la riportavano a fantasie adolescenziali che aveva sepolto.

Allora le venne il desiderio di vedere le due ragazze. Aprì con fatica gli occhi, cercò di riprendere il controllo del suo corpo, e guardò sorridendo verso di loro. Non uno di quei sorrisi per cui era sempre stata famosa — ah, Eleonora, sempre sorridente — e che invece erano diventati la maschera del suo dolore. No, quello che lanciò verso le ragazze fu un sorriso pieno, gioioso nonostante i dolori che l’affliggevano, uno di quei sorrisi che nascono spontanei di fronte a qualcosa di inaspettatamente bello in grado di illuminare una giornata.

Le due ragazze avranno avuto venticinque anni — —cazzo, potrebbero essere le mie figlie—: jeans, t-shirt, Converse. Una blu e l’altra rosse. E fumavano con gusto quelle sigarette, mentre parlottavano veloci e sorridenti.

DIO, QUANTO LE AVEVA DESIDERATE!

Una in particolare la colpì: le ricordava lei stessa giovane. I lineamenti netti, le forme del corpo morbide, i movimenti un po’ frenati dalla timidezza le ricordavano la ragazza che era stata. La giovane Eleonora — ne ignorava naturalmente il nome, ma nella sua testa prese a chiamarla così — portava un paio di occhiali grandi con una montatura di plastica nera, assai massiccia.

Lei — la vera Eleonora — era stata tentata più volte di liberarsi da quelle orribili lenti a contatto a favore di un bel paio di occhiali oversize, ma non ne aveva mai avuto il coraggio. Non si sentiva in grado di sopportare lo sguardo degli altri sul suo viso, temeva che qualcuno giudicasse quel modo di correggere la miopia con un accessorio vistoso, una scelta frivola. E lei era cresciuta sentendo la colpa di essere in fondo una ragazza frivola. E aveva fatto di tutto per nascondere quel tratto che per i suoi genitori era sinonimo di immoralità.

Una in particolare la colpì: le ricordava lei stessa giovane (IMMAGINE GENERATA CON IA)

Invece ora tutto quel desiderio di frivolezza scivolava dentro di lei insieme all’odore di quelle sigarette che ad ogni respiro le sembrava più buono, e le regalava sensazioni profonde e intense, brividi che solo in certe notti di carezze intime riusciva ancora a provare.

Intanto le ragazze avevano acceso una seconda sigaretta dopo aver bevuto un sorso di Coca Cola. Lei ringraziò la sorte per quel prolungamento di quella delizia, finì la sua Lemonsoda e provò il desiderio bruciante di fumare. Ma non poteva di certo alzarsi e chiedere a quelle due ragazze una sigaretta. E poi, non aveva mai fumato in vita sua, avrebbe fatto di certo una figuraccia. Si immaginò goffa, sudata, zoppicante, mentre tossicchia cercando un modo per tenere la sigaretta tra le dita. —No no, non si può.

Così rimase a guardare il telefono, fingendo di fare qualcosa. Ogni tanto lanciava un’occhiata alle ragazze e loro, soprattutto la giovane Eleonora, rispondevano con un sorriso spesso ornato da uno sbuffo di fumo. Eleonora terminava il suo fugace sguardo con un’occhiata a quelle Converse.

Dio, quanto le aveva desiderate da ragazza! Dio, quanto le aveva desiderate per tutta la vita! Senza mai aver avuto il coraggio prima di chiederle ai suoi — ma sei matta Eleonora, quelle scarpe così frivole e vistose? — poi di comprarsele. No, la Professoressa Bianchi mica poteva andare in giro come una ragazzina mentre scivolava verso i sessanta.

Ripensò a Luisa, la sua amica del liceo, che indossava solo le All Star, che aveva sempre visto fumare, sin da quando l’aveva conosciuta in quarta ginnasio, e che era stata sua collega. Proprio per quei suoi atteggiamenti ritenuti poco consoni per un’insegnante, era stata messa in difficoltà sin che aveva lasciato quella scuola. La vedeva qualche volta in giro per la città. E non era mai cambiata: le Converse ai piedi, la sigaretta tra le dita. Sembrava che il tempo non fosse mai passato su di lei, forse il fatto di essere semplicemente sé stessa l’aveva mantenuta così bene.

Avrebbe sempre voluto riavvicinarsi a Luisa: ma si sentiva in colpa per non averla difesa in quei giorni di difficoltà. Invece si scambiavano semplicemente un saluto, condito da uno di quei suoi sorrisi in cui si riconosceva sempre meno. Si sentiva in colpa per aver pensato che, in fondo, Luisa era stata imprudente, che — oddio, che brutto — un po’ se l’era pure cercata.

E invece adesso, guardando quelle due ragazze, assorbendo con gli occhi la loro bellezza e la forma così desiderabile delle loro scarpe, aspirando il loro fumo, capiva che Luisa aveva ragione, che era stata libera e onesta, che aveva vissuto. Mentre lei, la dolce Eleonora, si era fatta fagocitare in una maschera e in un’armatura che le pesavano ogni giorno di più, che adesso non riusciva più a portare. Il solo pensiero di rimettere quelle maledette scarpe la faceva star male.

Iniziò a digitare sulla barra di ricerca del suo smartphone le parole “Converse All Star”. Prese a navigare tra le pagine commerciali, poi su quelle di Pinterest alla ricerca di outfit incentrati su quelle scarpe. Intanto continuava a respirare il fumo delle ragazze.

“Cazzo, ma io ho sempre amato disperatamente quelle scarpe e le sigarette. Da quando ho memoria del mio desiderio c’erano sempre loro. Ogni mia fantasia le ha sempre accarezzate. Ma perché mi sono negata tutto questo?”

Ad un tratto, scrollando la pagina di Pinterest, vide l’immagine di una donna non più giovane che camminava per Parigi con un paio di All Star nere ai piedi, un abito di cotone chiaro, un paio di occhiali tipo Iris Apfel, tatuaggi sulle braccia e una sigaretta tra le dita.

Avrebbe potuto essere lei.

Già. Avrebbe…

AVREBBE POTUTO ESSERE LEI (IMMAGINE GENERATA CON IA)

Ebbe un tuffo al cuore, come se stesse avendo una rivelazione. Sentì un brivido caldo dentro di sé, sentì i fluidi del suo corpo scorrere all’impazzata, sentì che il sudore in mezzo alle sue gambe si era mischiato con altro. Sentì le sue mutandine bagnarsi, ma quella sensazione non la imbarazzò affatto. Respirò forte ancora un po’ di quel fumo che aleggiava nell’aria che adesso sembrava più fresca percorsa da una bella brezza, infilò con un dolore tremendo — ma che ora sapeva sarebbe stato l’ultimo — le sue scarpe, si alzò e sorrise alle ragazze. La giovane Eleonora, mentre aspirava dalla sua sigaretta, rispose al sorriso, fece oscillare il piede avvolto nella Converse rossa, e sibilò un ciao.

Ciao: Eleonora ne fu travolta.

· · ·

Uscì dal bar zoppicando per il dolore ai piedi, un poco rinfrescata ma sempre sofferente. Gli occhi però bruciavano un po’ meno, e la sensazione di vicinanza con quella ragazza l’aveva galvanizzata un po’.

Per fortuna l’auto non era lontana. Con un rapido tocco sull’impugnatura della chiave fece scattare l’apertura delle portiere, aprì la porta del lato passeggero e appoggiò la pesante borsa da lavoro, poi quasi saltellando per il dolore fece il giro dell’auto, aprì la portiera lato guida e si lasciò andare sul sedile. Il sollievo della riduzione della pressione sui piedi distrutti durò poco perché la vampa del caldo nell’abitacolo l’aggredì. Avviò il motore, spalancò i finestrini per far uscire l’aria rovente, accese il condizionatore alla massima velocità, ingranò la prima e sguisciò via dal parcheggio.

La Fiat 500 si infilò rapida nel traffico sparuto di quel mezzogiorno di fuoco, e Eleonora si gustò la sensazione che da lì a poco la tortura dei piedi sarebbe finita. Certo, ogni volta che azionava la pedaliera, le scosse di dolore dai suoi poveri piedi piagati si facevano lancinanti, ma ad ogni cambio di marcia la meta si faceva più vicina.

Per fortuna la strada era abbastanza scorrevole a quell’ora e le bocchette di aerazione adesso soffiavano una bella aria gelida che le dava finalmente respiro. Aveva chiuso i finestrini e si godeva il flusso di aria fredda sulla sua faccia che un attimo prima stava quasi per esplodere. Qualcuno le avrebbe detto che quell’esposizione all’aria fredda del condizionatore, soprattutto quando si è sudati, non fa bene. —Fanculo alle cose che fanno bene—, urlò Eleonora nell’abitacolo freddo della sua 500. E provò un piacere nuovo nell’urlare quella frase.

Arrivata davanti al palazzo spinse il telecomando e aprì il portone che dava ai garage. Parcheggiò la 500 e non considerò neppure l’idea di trascinarsi la borsa fino in casa. —Ci penserò un’altra volta—, si disse, e saltellò fino all’ascensore. Premette il tasto del quinto piano e attese trepidante il sobbalzo della partenza. Pochi secondi dopo la porta dell’ascensore si aprì davanti all’ingresso di casa.

Eleonora mise le mani nella borsetta alla ricerca delle chiavi e per un attimo temette il peggio: —Cazzo—, sibilò stupendosi di quella repentina metamorfosi del suo linguaggio, —non mi dire che le ho lasciate in auto. Piuttosto che scendere mi butto dalla tromba delle scale!

Per fortuna le chiavi erano nella borsetta, e un secondo dopo la porta di casa era aperta. Fece un passo dentro, spinse la blindata che si chiuse con un pesante clack, e intanto le feroci scarpe con il tacco stavano già facendo un balzo nel corridoio — vaffanculo scarpe del cazzo, mai più — e i piedi si infilavano in un paio di infradito. Poi in bagno a lavare le mani e a togliere quelle lenti a contatto usa e getta che la tormentavano da ore. Le fece cadere nel lavabo e ci sputò sopra con l’ultima saliva che le era rimasta.

Lasciò cadere lì sul pavimento la gonna che aveva impresso i segni delle cuciture sui suoi fianchi, e ci fece volteggiare sopra pure la camicetta. Poi si guardò un secondo allo specchio e si disse: —Dai! Fece scattare il gancio del reggiseno che finì nel lavabo e con le ultime forze che le erano rimaste fece roteare le mutandine in aria prima di lasciarle andare contro la parete. Uno spogliarello in piena regola, mancava soltanto la voce roca di Joe Cocker.

Non fece in tempo a stupirsi di nuovo per i suoi gesti e le sue parole così rudi perché si fiondò verso il frigo, afferrò una bottiglia di acqua gasata e ne tracannò una buona metà senza staccare la bocca dalla canna della bottiglia. Una copiosa cascatella le grondava dagli angoli della bocca e le colava sul seno. Intanto che beveva lunghe golate di acqua sentiva l’arsura che si staccava, come se quel caldo avesse creato dentro di lei una crosta secca che ora quell’acqua gelida piena di gas strappava via.

Alla fine sbatté la bottiglia sul tavolo come se fosse un boccale di birra sul banco di un saloon e lasciò uscire dalla sua bocca un piccolo rutto. —Ah, vaffanculo a tutto!— ripeté. E il fatto di non riconoscersi affatto in quei modi le sembrò una cosa molto bella. —Figo—, si disse, e poi scoppiò a ridere.

Avrebbe avuto bisogno di una lunga doccia, ma si sentiva spossata. Aveva acceso il condizionatore e quella brezza fresca sul suo corpo surriscaldato la pizzicava piacevolmente. Si lasciò andare sul divano così com’era, completamente nuda e un po’ puzzolente di sudore. Chiuse gli occhi finalmente liberi dalla tortura delle lenti, ispirò forte quell’aria fresca, poi si trovò a portare indice e medio della mano destra alla bocca, mimando il gesto del fumare.

Intanto rivedeva le due ragazze, pensava alla giovane Eleonora così bella e così libera, pensò a quella sigaretta e quelle Converse e si disse: —Perché io no?

Intanto aveva preso a lambire il profilo delle sue spalle sudate con la punta della lingua, e quel sapore acre e salato le parve persino buono. Pensando alle ragazze scese con la mano destra tra le gambe e si accarezzò fino a provare un piacere che da tempo non le capitava più di raggiungere. Poi cadde in un sonno pesante.

Quando si svegliò si disse subito: —Lo devo proprio fare!

Continua…

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