Hai presente quando ti arriva addosso una folata di vento? Una di quelle che ti investono in pieno, che quasi ti fanno male. Un attimo prima, magari, pare che l’aria addirittura manchi, come se attraversassi una strana depressione. Un secondo dopo, invece, ti arriva la sberla ventosa che ti fa vacillare.
Curioso l’uso del termine “depressione”: da definizione fisico-meteorologica è diventata condizione medico-patologica.
Forse vuol dire che abbiamo davvero bisogno di aria, di vento, di colpi netti che ci riscattino dalla bonaccia meteorologica e dalla quotidianità stagnante.
Te la ricordi quella sensazione surreale della barca a vela che quasi si ferma in mezzo al mare perché non riesce più a intercettare il vento? Un rallentamento prima quasi impercettibile, che poi diventa quasi una paralisi.
Ma poi lo skipper lavora sulle vele, o forse semplicemente il vento riprende a spirare; e allora senti la tela della vela che fruscia, le sartie che scricchiolano, che cigolano in modo quasi doloroso.
Poi vedi che la vela si riempie in un colpo secco, quasi una botta che pare piegare l’albero, e finalmente la barca riprende ad andare.
Bello, no?

E le vette che si stagliano all’improvviso davanti a te. Ah, il massiccio del Sella! Quasi un cazzotto in faccia, ma che non fa male, anzi.
Oppure l’azzurro assoluto che si apre appena dopo la foresta di Tramontana, sopra a Beli, là dove Cherso si stringe a pochi metri. Porozina è la testa bassa e noi siamo sul collo arcuato dell’isola. E il mare immenso e abissale è di qua e di là, azzurro che sembra una lastra, il cielo un ponte ancora più blu tra i due mari.
Tira sempre il vento là, eh.
O la balconata di Ustrine al tramonto, e la vertigine del canyon di Mali Bok.
Botte visive, cromatiche, sensoriali, evocative.
Memorie sotterranee, ricordi sottaciuti, nostalgie per il non vissuto emergono come il gas di uno spumante quando fai saltare il tappo e strabordano come il vino dal collo della bottiglia bagnando tutti intorno.

Già, Cherso dicevamo…
Il rumore acido della pedana del traghetto che si apre. Le botte metalliche ad ogni auto che ci passa sopra. I motori diesel della nave al minimo, che quasi non li senti. Poi di nuovo quel cigolio acido dopo gli ultimi camper tedeschi alloggiati non si sa come.
Il traghetto che impercettibilmente si muove accompagnato da frasi ad alta voce di una lingua che mai conoscerai: suoni duri, profondi, atavici, forse l’ultimo segno netto della slavità.
I diesel finalmente prendono a girare rotondi, un po’ di fumo nero esce dallo scarico sulla sommità del traghetto, ma non sembra neanche nuocere a quel cielo azzurro, capace di ogni cosa. Intanto lo sciamare dei turisti su per le scale di ferro che portano sui pontili sembra un rullo di batteria: centinaia di sandali e scarpe da ginnastica tamburellano sulle lamiere striate a rombi, o forse mandorlate, per raggiungere rapidi i ponti superiori e vedere la terra bianca che si stacca dalla prospettiva visiva.


Ma in un attimo un’altra terra, meno bianca e ancor più atavica, cattura lo sguardo e pare attrarre la nave nello stretto che separa la terraferma dall’isola. E poi di nuovo il rumore: il percuoter di passi, i motori del traghetto che lasciano mentre quelli delle auto si avviano, la pedana anteriore che si apre mostrando un cemento jugoslavo ruvido di piccoli sassi e di ferri che saltano fuori dalle crepe.
E le botte ritmiche, da carpenteria metallica, ad ogni auto che scende.

Baretti da piccolo porto. Gabbiani che radono l’acqua alla ricerca di cibo.
Una strada con macchine in colonna: quelle a sinistra ferme in attesa dell’imbarco, quella degli sbarcati che si arrampica su per le curve che non svelano ancora nulla.
Poi, finalmente, il corteo si sgrana, la strada si restringe. I bordi non sono più mozziconi di roccia arrossata dalla terra e masticati da qualche ruspa, ma muretti a secco, rive impervie popolate da capre magre e un po’ sinistre, ulivi selvatici, sterpi.
Ancora così fino alla cima della collina.
Risali la testa dell’isola, ma non lo sai.
A sinistra i lembi di una foresta misteriosa, a destra, ecco, il mare.
Un mare di un azzurro che non puoi neppure raccontare. E, dove la terra si stringe a poco più della carreggiata e uno spiazzo di terra battuta, l’azzurro arriva anche di là, da sinistra.
Il collo stretto dell’isola.
Tira sempre vento lì.
“Tramuntana” si chiama la foresta. Tramontana, il vento del nord.

I grifoni tagliano quel cielo perfetto, l’orizzonte è terra selvaggia a est e cielo e mare che si fondono a ovest.
Ti fermi, scendi dall’auto e vieni avvolto dal vento; lo stomaco compresso dall’aria e dall’emozione. Le folate, quello che serve a scacciare la depressione. Meteo e psicologica.
Il sole scalda la pelle e il cuore. Gli odori della macchia si mischiano con quelli dei motori, dell’asfalto, della terra, del mare a cento metri sotto.
Una musica ti prende: non sai se arriva da fuori o da dentro.
Li senti? Il rullare della batteria. I colpi secchi ai piatti. Un assolo di chitarra rock.
C’è la chitarra di David Gilmour che ti trova proprio mentre il sole del tramonto entra nel parabrezza e tu non vedi più niente.
Ci sono le botte scassate di batteria di Charlie Watts in She’s a Rainbow, che spingono l’auto fuori da un tornante, quasi fossero un altro motore.
Oppure i colpi di Ringo Starr, che sembrano la leggera aritmia di un cuore che vuole farsi sentire.
Ma in questa sinestesia sonora c’è il suono battente del bicilindrico di una motocicletta che è sempre presente, oppure il rombare zoppo di un V8 automobilistico che è un’evocazione lontana e sfumata.

L’odore del cibo cucinato che ti investe in un giorno di festa.
Il vino asprigno in bocca. I racconti che si srotolano fluviali. Una birra al tramonto a dar sapore al tuo sguardo che abbraccia la terra
Oppure, più nette, le botte alcoliche di un gin-tonic che ti fanno girar la testa.
Finalmente il fumo di una sigaretta, che sembra pervadere ogni cellula del tuo essere di una mistura di piacere, peccato, dannazione, libertà.

E la delizia del cammino con i piedi nelle scarpe da ginnastica.
Il loro aspetto vistoso, quasi arrogante, l’andare tondo che avvolge il piede in una carezza, la pelle in uno sconcio e inconfessabile piacere del sudore, la via in una serie di morbidi colpi alla terra. Possono essere sneakers sportive che nella morbidezza amplificano la sensualità dei corpi. Oppure le Converse All Star, che a ogni passo informano ogni cosa della storia, della ribellione, del punk, delle estati di ogni decennio passato, del loro contatto sconcio e odoroso con il tuo corpo.
Di nuovo ogni cellula di te ammantata di qualcosa in più di ciò che eri, qualcosa che diventa — come il rituale di un vizio — parte di te.
Lo senti?
Lo vivi?

In momenti così, con il vento che distilla l’aria e la luce è libera di disegnare contorni, ogni cosa ti può portare via. Basta un pensiero, un ricordo, una qualsiasi suggestione, per sentire uno smottamento dentro, un buco nero che si apre nel petto e tutto sembra cascare dentro. E tu ti ci tuffi: beato, eccitato e incosciente.
Non ne puoi fare a meno. Né mai lo vorresti.
Il passato irrompe nel presente, di nuovo come una raffica improvvisa.
Musica. Immagini. Sensazioni.
Strati che si sfogliano, si mostrano, si ricombinano.
Sensazioni che ritornano.
Il fischio del vento. La batteria di D’Orazio in Parsifal. E sempre lì la chitarra di Dodi Battaglia. Gli anni ’70, i cortili di polvere, le auto che lasciano giù le macchie d’olio sul selciato. L’odore degli interni di quelle utilitarie lasciate al sole. Una serranda arrugginita che sferraglia incongrua in un fienile di mattoni. L’odore di merda di gallina. Quello di merda di coniglio. La cantina umida satura di odori fermentati; il vino aspro che ti fa venire i brividi. Le Nazionali senza filtro fumate dagli adulti. Il dialetto.


Le sere d’estate con il tramonto dopo cena.
Le auto dei francesi con i fari gialli.
L’altrove evocato da quel cielo azzurro fuori orario, da quei fari fuori codice. Da quelle targhe metallizzate.
Le Renault 12 che, anche se non lo sapevi, ti parlavano già di est: erano le Dacia 1300 nella Romania comunista.
Come le 128 diventarono Zastava nella Jugoslavia di Tito.
Allora capita di pensare che in quelle auto di allora, nel tuo guardare dentro alla ricerca del contagiri che prometteva felicità, c’era anche un’inconsapevole luce dell’est: campagne, cantine, vini aspri, palazzoni sovietici, sabbioni del Danubio.
Trasparenze dell’Adriatico cementate a favore dei lavoratori in festa.
Tutto ti avvolge, ti travolge, ti tramortisce.


I confini tra il reale e l’irreale, tra il passato e il presente svaniscono. Contano solo le sensazioni. Contano solo gli odori, le immagini, il vissuto e il non vissuto che magicamente si combinano in qualcosa che si chiama possibilità. E lì c’è davvero tutto: i luoghi, la velocità, la lentezza, il mare, la montagna, i cibi, il vino, le sigarette, le All Star.
L’andare, il fermarsi, il ripartire.
Il vento che scombina ogni cosa.
E ti accorgi che la maturità altro non è che la capacità di tenere tutto dentro, di fermentare tutta quella materia e vedere finalmente il frutto di questo processo meraviglioso che molti chiamano invecchiamento e che invece mi viene da dire affinamento.
Siamo vini che si caricano di sentori nella barrique di una vita che non lascia andare nulla.
Non so bene che cosa sia la felicità. Ma ciò che si prova là — ne sono certo — deve assomigliarle molto.

Tutto questo, che qualcuno chiamerebbe immaturità, che altri definirebbero ribellione, che altri ancora chiamerebbero libertà, io lo chiamo semplicemente vita.
E, se voglio che il mio esistere sia vita, ho bisogno di ognuna di queste folate di vento.
Cercando Costanza