
C’è una differenza apparentemente sottile ma in realtà sostanziale tra chi veste e chi si esprime attraverso ciò che indossa. Nel primo caso, il vestito copre. Nel secondo, rivela.
E non si sta parlando di eleganza, di aderenza alla moda del momento, di pregio dell’abito.
Ciò che è dirimente, in questa differente declinazione dell’atto di indossare abiti, è la connessione tra ciò che si indossa e le emozioni che si avvertono, tra gli abiti e l’universo immaginifico interiore che essi sono in grado di accendere.
Mi piace definire la dinamica che porta a questa dimensione dialettica fortemente creativa con una parola assai abusata; eppure bellissima: stile.

Susan Sontag, in Notes on Camp (1964), lo scrive con grande chiarezza:
“Most people think of sensibility or taste as the realm of purely subjective preferences [or] attractions…They allow that taste plays a part in their reactions [to] works of art. But this attitude is naïve. And even worse. To patronize the faculty of taste is to patronize oneself. For taste governs every free—as opposed to rote—human response. Nothing is more decisive.”
“La maggior parte delle persone pensa alla sensibilità o al gusto come al regno delle preferenze o attrazioni puramente soggettive… Ammettono che il gusto giochi un ruolo nelle loro reazioni [alle] opere d’arte. Ma questo atteggiamento è ingenuo. E anche peggio. Sminuire la facoltà del gusto significa sminuire se stessi. Perché il gusto governa ogni risposta umana libera, in contrapposizione a quella meccanica. Nulla è più decisivo.
Il gusto e -appunto- per estensione lo stile, non sono una mera decorazione della personalità o della vita. Essi costituiscono la personalità stessa, nella sua forma più immediata e diretta.
Lo stile che nasce dall’interno funziona esattamente così: è uno sgorgare di emozioni non mediate, di energia vitale, di rielaborazione culturale.
Già, perché quel misterioso e ribollente crogiolo interiore, quell’inesausto evento sismico che genera di continuo visioni, è -al tempo stesso- generatore di linguaggi peculiari -lo stile, appunto- ma anche consumatore di altri tipi di linguaggi, quelli culturali, ciò che nelle dinamiche sociali è divenuto forma, arte, costume, design, icona, patrimonio comune.


Il semiologo francese Roland Barthes, sin a partire dagli anni ’50, ha indagato l’universo di senso della moda e degli abiti in diversi suoi saggi: in Mythologies (1957), e nel successivo Il sistema della moda (1967) Barthes teorizza come ogni oggetto indossato o scelto non sia mai innocente: porta stratificati in sé i significati della cultura che lo ha prodotto, trasforma storia in natura, parla di appartenenza e desiderio prima ancora che lo faccia chi lo indossa. L’abito è un testo. Ma a differenza di un testo scritto, si legge senza volerlo leggere — lo si decodifica in un istante, con il corpo prima che con la mente.
È qui che entra in gioco quello che chiamo feticismo esistenziale: certi oggetti -per forma, materiale, significato culturale e sociologico- diventano contenitori esatti di uno stato interiore. Non li scegliamo per come ci fanno apparire, ma perché ci rendono riconoscibili a noi stessi.
Chi mi conosce sa bene quanta passione io riversi nelle Converse All Star, che oltre ad essere uno di quegli oggetti iconici, sono, nella mia elaborazione culturale interiore, la perfetta rappresentazione dei miei aneliti di libertà, leggerezza, incontro, identificazione.

Ma la lista di questi oggetti che trascendono la loro funzione per diventare linguaggio personale identitario è sterminata e impossibile da stilare, per quanto il solo pensiero sia emozionante.
Mi vengono in mente certe auto come la Citroen DS, le fotocamere Leica e Rolleiflex, la Vespa, la Olivetti Lettera 22, tanti oggetti del design italiano degli anni ’60 e ’70. Ma sarebbe davvero impossibile proseguire, tanto che ognuno porta dentro di sé una serie di “calchi” capaci di accogliere e avvolgere altrettanti oggetti “notevoli”, anzi fondamentali.
Ecco, una delle forme più belle e stimolanti di relazionarsi con gli altri è proprio esplorare reciprocamente l’universo simbolico in cui ognuno riesce a dare sostanza agli aneliti più vitali e creativi del proprio essere.
Spesso mi imbatto, in questa sregolata e vociante babele che è la rete, in persone che mi mostrano quanto il mio “feticismo esistenziale” sia una dimensione diffusa, ben frequentata, una condizione di creatività sempre pronta a divenire comunicazione.
Lulaida, creativa, narratrice per immagini e video, innamorata di ogni forma di stile, è una di queste persone.
Da anni seguo i suoi canali social. Da anni dialoghiamo sulla meraviglia fondante di vivere in pienezza la dimensione magica nella quale gli oggetti “prendono vita” e si fanno messaggeri delle nostre emozioni.
Lei è una fiorentina che vive tra -appunto- Firenze e New York. E già questo ha un potenziale narrativo immenso.


Ma il suo mondo, quello che lei racconta nei suoi scatti pubblicati su Instagram, pare proprio essere un compendio di bellezza creativa allineato sulla linea immaginaria che congiunge queste due stupende e brulicanti città.
Città che -in modo particolare Firenze, ma in maniera diversa anche New York-, paiono proprio essere collocate da qualche parte tra la realtà e la fantasia, tra il passato e la modernità. Città in cui gli oggetti che trascendono il tempo hanno un senso più forte che altrove.
Allora immaginare la rotta Firenze-New York porta immediatamente ad accarezzare oggetti senza tempo, oggetti che -nel loro essere icone- sono riusciti a superare la dinamica del tempo e a porsi come elementi nutrienti di quella dimensione interiore così fervida.
Gli oggetti che arrivano dal passato -ciò che chiamiamo vintage- in questa luce, non sono manifestazione di nostalgia. Sono l’espressione di una resistenza silenziosa alla logica dell’usa-e-getta, la rivendicazione di una continuità tra ciò che siamo stati e ciò che siamo. Ogni capo che ha già vissuto qualcosa porta con sé una stratificazione che i tessuti nuovi non possono avere, è già attraversato dal tempo, e questo lo rende capace di contenere anche il nostro.
È in questo territorio -tra sensibilità e coscienza, tra oggetto e simbolo, tra corpo e mondo- che si muove il lavoro di Lulaida.
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Ci siamo concessi un piccolo e brillante dialogo, una conversazione emozionante sul significato di tutti gli elementi che Lulaida racconta così bene sulle sue pagine:
Ci sono capi simbolici per te? Qualcosa che mai potresti a dismettere, non per la sua particolare bellezza o pregio, ma perché contiene qualcosa che non vuoi perdere -un tempo vissuto, una versione di te, un’emozione precisa? Cosa ha quell’oggetto che un capo nuovo non potrà mai avere?
Il vintage ti attrae per l’estetica o perché quegli oggetti hanno già attraversato il tempo e questo attraversamento li rende capaci di contenere anche il tuo?
Ci sono oggetti che smettono di essere tali e diventano espressione di stati d’animo. C’è un accessorio -un anello, una borsa, qualcosa del genere- che funziona così per te? Qualcosa che cambia il senso di quello che indossi?
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Quando ero piccola usavo mascherarmi: mi chiudevo nella mia cameretta, aprivo il baule dei giochi e vestiti di carnevale e anche se era settembre mi vestivo e inscenavo storie, anche solo per me stessa. Entravo nel mio mondo parallelo, cantavo, recitavo e mi perdevo in quella realtà che solo io conoscevo.
Ecco credo che gli abiti, gli accessori, la moda in generale, per me sia sempre stato questo: “ perdersi” e in un certo senso riscoprire nuovi lati di sè.
Non ci sono oggetti o capi in particolare che sono necessari per me; semmai ho alcune cose che sono indissolubilmente legate a persone e momenti del passato. Come la collana di perle di mia nonna o i suoi pillbox, che indosso così come fossero il suo abbraccio.
Credo sia questo il fascino del vintage (quello vero): portarsi dietro un pezzettino di storia, non necessariamente personale.
Se mi chiedi di ‘capi simbolici’ alla fine ti direi un paio di jeans blu, credo che siano il pantalone che uso di più, in particolare Levi’s 517 vintage, scovati in un minuscolo mercatino di New York…vedi anche qui legati ad un ricordo indelebile, non ne ero conscia. Erano i primi tempi che andavo nella Big Apple e mi ero persa, avevo preso la linea sbagliata della Subway e invece che in Up Town Manhattan mi ero ritrovata a Williamsburg, Brooklyn. Il cellulare con poca batteria, così entro a caso in un negozio per cercare di ricaricarlo ed ecco che mi ritrovo circondata da meraviglie del passato e un proprietario cosi dolce e sensibile che mi offre persino il caffè!
A volte perdendoti ritrovi te stessa, in qualche modo, lo dico sempre.
Le tue fotografie sembrano cogliere e trasmettere proprio quel “senso” degli oggetti di cui parlavo. C’è una condizione particolare in cui questo senso si rivela?
C’è una tua fotografia che consideri riuscita non tecnicamente, ma perché ha catturato qualcosa che non avevi pianificato — qualcosa che era lì e che solo tu, in quel momento, potevi vedere?
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Non sono una fotografa di professione, assolutamente, anzi.
Quando faccio una foto, che sia per una collaborazione per un brand o semplicemente per me stessa, devo essere ispirata. A pensarci bene devo sempre essere “ispirata” nella vita in generale, non posso farne a meno. Sono una persona che vive a frequenze emotive; da sempre, fin da piccola…un oggetto, un palazzo, un cielo deve produrre un’onda di ‘sentimento emotivo” dentro di me e questo non è legato al livello di “notorietà’ dello stesso, può trattarsi anche di un semplice foglio di carta su un marciapiede. Le emozioni sono fondamentali, se qualcosa non mi tocca nel profondo, non mi sconquassa e mi lascia indifferente, non ho la voglia di fotografarla.
A volte gli scatti che amo di più sono proprio quelli imperfetti e fuori fuoco, casuali, che però “significano” .
La fotografia che racchiude questo è la primissima del mio feed di Instagram: la mia ombra su un muro, solo un ombra, perché in fondo, il corpo è solo l’involucro di qualcosa che sta dentro, che non si vede, ma è infinito e pieno di possibilità.
Non a caso la foto in questione si chiama proprio “possibilità”
Abitare spesso è un atto immaginativo prima che fisico; certi spazi ci rivelano a noi stessi più di quanto noi li abitiamo. La tua casa racconta chi sei o chi vorresti essere? E c’è differenza, per te, tra le due cose?
C’è un oggetto nell’arredamento -anche piccolo, anche apparentemente insignificante- che non sposteresti mai, perché tiene insieme qualcosa di invisibile nel resto dello spazio?
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Credo che su questo ti posso rispondere un po’ nello stesso modo: mi circondo di cose che mi piacciono ovviamente, ma che devono vibrare con il mio stato d’animo, perché la casa è il mio nido, la mia tana, la caverna sicura, deve essere all’unisono con me, ancora una volta…ma forse è cosi per tutti.
Certo amo il design, specie quello vintage, ma se non mi trasmette qualcosa allora diventa sterile ed inutile.
Mi circondo di oggetti che parlano di me, non di chi vorrei essere, un po’ come per gli abiti.
Non amo le case da copertina, dove tutto è immobile e asettico, amo le ombre, le imperfezioni.
Ci sono alcuni pezzi che sono legati alla storia della mia famiglia, che sono passati dai miei nonni, ai miei genitori e infine a me. Alcune cose le ho ridipinte o restaurate, ma sono dei pezzi irrinunciabili, perché sono come fotografie della mia vita.
Come il tavolo fratino che ho in salotto o una vecchissima madia che apparteneva alla mia bisnonna, che hanno la loro “posizione” che non cambierà mai credo.
La tua vita si svolge tra Firenze e New York. Due luoghi straordinari. Firenze un po’ la conosco, New York no. Come si muovono le tue emozioni tra due polarità così intense?
Esiste un posto particolare, nelle tue città, in cui torni spesso a guardare, respirare, fotografare anche senza una ragione pratica e apparente?
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E’ vero sono luoghi molto diversi, ma hanno un punto in comune: me.
Sono io che mi muovo, in ogni posto porto me stessa, non importa dove, mi ritrovo comunque a fare i conti con Marta.
Certo è complesso perché capita che a volte ti manchino cose che hai nell’altra città, (o dovrei dire nell’altra vita…), ma piano piano è come se lo sguardo sulle cose si espandesse, varca i confini, allarga la forbice di possibilità e, come spesso accade, dopo un po’ di fatica, arriva il premio. Quale? Che conosci te stesso, quello che sei in grado di fare, quello che non fa per te, chi vuoi davvero avere vicino, chi non può fare parte della tua vita, i cibi che detesti, ti conosci in modo profondo. E’ una grandissima opportunità.
Come spesso dico, New York ha fatto parte della mia vita in diversi momenti, mi è venuta a cercare spesso, come un richiamo atavico, era destino senza dubbio.
Quello che faccio spesso quando sono li è camminare verso il Lincoln Center, mettermi a sedere sul bordo della fontana davanti al MET e ascoltare i rumori della città.
A Firenze è un po’ diverso, perché non mi sento così libera, è la città in cui sono nata e forse col tempo do per scontate tante cose, che alla fine “scontate” non sono. Mi capita meno di girellare per le strade, io e Firenze abbiamo una lunga relazione di innamorati che a volte non si tollerano, si amano, ma da lontano. È sempre stato cosi e penso non cambierà, ma rimarrà comunque e per sempre casa, a cui tornare.
Susan Sontag scriveva che la sensibilità autentica è “almost, but not quite, ineffable” — quasi ineffabile, ma non del tutto. C’è qualcosa nel tuo modo di scegliere -un abito, un oggetto, un luogo, una luce- che senti di non riuscire ancora a spiegare completamente, ma che riconosci ogni volta con certezza assoluta?
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Per questo credo di averti risposto già: mi circondo di oggetti, abiti, mobili, che devono in qualche modo crearmi una emozione, esattamente come quando da piccola mi mascheravo e entravo nel mio mondo fantastico, devono cioè trasportarmi in un altro universo, un po’ anche come scudo, come difesa dalle ingerenze di un mondo che specie ultimamente, fatico molto a riconoscere.
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Gli oggetti che scegliamo, quelli che diventano davvero parte della nostra vita, quelli che contribuiscono a quella meravigliosa stratificazione del racconto di noi e del nostro legame con ciò che ci circonda, sono molto di più di ciò che la loro funzione parrebbe suggerire. Ogni oggetto che risponde e corrisponde alla nostra sensibilità è un piccolo atto di conquista, un gesto di testimonianza, il tentativo generoso e affascinante di mostrarci al mondo e di mostrare un po’ del mondo a noi stessi.
Lulaida è qui:
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Tutte le immagini che compaiono in questo articolo sono di proprietà di Lulaida




