Letteratura o scienza.
Italiano o matematica.
Mare o montagna.
Potremmo andare avanti a lungo. Le dicotomie sono uno strumento antico, robusto, e per certi versi comodo. Sin da bambini impariamo a leggere il mondo per opposizioni: di qua o di là, in alto o in basso, dentro o fuori.
La scuola, il lavoro, per lungo tempo anche la famiglia — tutto organizzato per ruoli,
compartimenti, steccati. Un sistema che prometteva ordine e semplicità e consegnava invece banalizzazione. Spesso pregiudizio.
Michel Foucault, in Sorvegliare e punire (1975), analizza la nascita di quella che chiama “società disciplinare”: un sistema in cui il potere non si esercita più con la forza, ma attraverso la normalizzazione. Scuole, fabbriche, ospedali — istituzioni progettate per addestrare i corpi, per renderli docili, produttivi, prevedibili.
L’adeguamento alla disciplina professionale è uno dei passaggi più duri della vita adulta. Trasforma gli individui in funzioni. Codifica ogni attività. Punisce la deviazione.
Per me è sempre stato faticoso.
Sono un tecnico dell’industria. Sono anche un narratore. Per anni ho tenuto queste due identità in stanze separate, perché ero convinto che fossero inconciliabili.
Una aridamente utile. L’altra inutilmente piacevole.
Al più la prima alimentava la seconda e la seconda equilibrava la prima. Ma sempre in un gioco di opposizioni.
Poi ho smesso di separare. Ho scoperto che la comunicazione tecnica diventa leggibile quando respira come un testo letterario. E che la narrativa guadagna qualcosa di preciso — un peso, una consistenza — quando porta in dote l’osservazione tecnica sulle cose.
Non è solo una sintesi. È una collisione feconda.
Allora ho deciso di cambiare congiunzione: ho smesso di usare la “o”. Sono passato alla “e”.
Ma non è facile né scontato. Soprattutto nel lavoro che rimane il baluardo dell’idea di separare ciò che è redditizio da ciò che non pare tale.
Eppure il lavoro — con tutte le sue contraddizioni — resta centrale. Non esiste società senza produzione. Non esistono servizi essenziali senza organizzazione. Ma il problema non è il lavoro in sé. È la rigidità che gli abbiamo cucito addosso.
È l’uso ultimativo della “o” in luogo della “e”.
“Arte e industria” sembra, a prima lettura, un ossimoro.
Da una parte l’espressione della sensibilità umana. Dall’altra l’ottimizzazione dei processi. Due finalità opposte. Due vocabolari che non si parlano.
Se ragioniamo con criteri novecenteschi.
Anna Fileppo è una comunicatrice biellese che ha costruito la propria identità professionale esattamente su quella linea di confine. Il suo progetto — che porta questo stesso nome, Arte e industria — non è una formula di marketing. È una postura netta. Un modo di stare nel mondo.
Lo dice anche visivamente. Sul suo sito, il logo dello studio cede il passo a quello del progetto: due frecce convergenti, nei toni del rosso e del rosa, che si avvicinano come forze destinate a incontrarsi.
Arte e industria non è una sezione del sito. È il titolo. Il suo nome viene dopo, quasi in subordine.
Quando un concetto diventa più forte dell’identità anagrafica di chi lo ha generato, vuol dire che ha trovato la sua forma.
I progetti più recenti di Anna sono frutto di collaborazioni con artisti che a loro volta esplorano l’universo industriale o la materialità del prodotto con la sensibilità dello sguardo dell’arte. Non è una contaminazione a senso unico. È un incontro tra chi già parla lingue affini.
Lo si vede nei lavori concreti.
Enrica Borghi, artista visuale che lavora principalmente con elementi di plastica, nell’incontro con Anna prende i prodotti usuali di Nuova Mini Plastic — materiali funzionali, industriali — e li trasforma in installazioni che parlano di corpi, di protezione, di mare. La plastica non cambia natura. Cambia significato.
Silvano Pupella, fotografo con background imprenditoriale, entra negli stabilimenti di Acqua Sant’Anna a Vinadio e fotografa i robot, le gocce, gli sguardi dei lavoratori. Non è fotografia industriale nel senso tradizionale. È narrazione, è uso del mezzo artistico per la ricerca di significato nel quotidiano codificato.
Con il progetto Il senso tattile della fotografia, gli scatti di grandi autori come Maurizio Galimberti vengono tessuti in jacquard, riprodotti su cashmere e seta. La fotografia — medium dell’occhio —acquista peso, consistenza, superficie. Arriva a lambire il tatto. Un senso che non aveva. O che aveva perduto.


In ognuno di questi progetti c’è la stessa idea di fondo. L’arte non decora la produzione industriale. La interroga. E la produzione industriale non svilisce l’arte. La interpreta.
Sia io che Anna viviamo in Piemonte. Non è un dettaglio.
Sia io che Anna siamo biellesi. Ed è significativo.
Questa è la terra dei grandi opifici tessili, molti dei quali sono oggi silenziosi. Ma proprio in uno di quegli stabilimenti in disuso, a Biella, Michelangelo Pistoletto ha scelto di fondare Cittadellarte. Non una galleria. Un laboratorio permanente di trasformazione sociale attraverso l’arte. Il luogo non è casuale: è un atto di rilettura.
A poca distanza, a Ivrea, l’eredità di Adriano Olivetti è ancora pulsante. Olivetti capì — decenni prima che diventasse un argomento da convegno — che industria, cultura, arte e responsabilità sociale non erano compartimenti separati. Erano un unico progetto. Le macchine da scrivere erano belle. Gli stabilimenti erano progettati da grandi architetti. I dipendenti avevano accesso a biblioteche, asili, assistenza sanitaria.
Non era filantropia. Era una visione.
Il bisogno di abbattere gli steccati viene da lontano.
Il punto non è che le distinzioni scompaiano. È che cessino di essere gabbie.
Il lavoro di Anna Fileppo — come il mio, come quello di chiunque abiti consapevolmente più di un linguaggio — non è un’eccezione curiosa. È un segnale. I saperi che per troppo tempo abbiamo tenuto a distanza hanno bisogno di collidere. Di contaminarsi. Di fecondare qualcosa di nuovo.
Non è più tempo di scelte nette, di dimensioni che si escludono a vicenda. Di disgiunzioni.
Tutto ciò che nasce è frutto di un incontro.

Tutte le immagini pubblicate in questo articolo sono state gentilmente concesse da Anna Fileppo. L’immagine di apertura e le fotografie delle installazioni con elementi plastici appartengono all’artista Enrica Borghi. Le fotografie di Acqua Sant’Anna fanno parte del progetto “Acqua -Liquida Bellezza” del fotografo Silvano Pupella





