Il portone si chiuse con un rumore sordo e maestoso, un CLAK netto, seguito da una lieve vibrazione prolungata che diede a quell’istante un senso di definitivo.
Subito il caldo le cascò addosso come il colpo di un maglio.
Era appena giugno, ma l’aria sapeva già di agosto; era bianca di latte, accecante e appiccicosa, vibrava sopra l’asfalto in onde che facevano persino oscillare il marciapiede.
Per un istante il selciato le venne incontro.

Scosse la testa per scacciare quel capogiro, ma sentì una fitta di dolore sulla sommità del capo, come se la pressione dentro la sua testa stesse cercando una valvola di sfogo.
Cercò in borsa la bottiglietta dell’acqua. Bevve.
L’acqua era calda come l’aria lì, calda come la vampa che da settimane le saliva da dentro. La trattenne in bocca con una smorfia, poi la mandò giù come una medicina.
Frugò ancora. Gli occhiali da sole. Non c’erano.
-Maledizione!
Il bianco di latte del cielo le colava negli occhi e le annebbiava la vista.
Nelle orecchie le rimaneva ancora il brusio dell’ultima riunione dell’anno: voci scomposte una sull’altra, frasi che non finivano mai.
Un ronzio di mosche nella calura.
Ma adesso, lì fuori, il silenzio del mezzogiorno era ancora più rimbombante.
O forse erano i suoi pensieri liquefatti a fare quel rumore confuso.
Si incamminò nel sole.
TAC. TAC. TAC.
I tacchi picchiavano sulla pietra e a ogni colpo una scossa partiva dai piedi chiusi nella pelle rigida, saliva lungo le gambe gonfie, le arrivava nella schiena. Sotto le volte dei portici il rumore si amplificava, rimbalzava sugli archi, si moltiplicava, le martellava le tempie.
TAC! TAC! TAC!

Le lenti a contatto si erano seccate. Ogni battito di palpebra era carta vetrata. Il sudore le incollava la camicetta alla schiena, le schiacciava le curve del corpo sotto la stoffa inumidita.
Si passò una mano nei capelli; il biondo finto le pesava sulla testa come un casco caldo.
La borsa sembrava piena di piombo, e i manici solcavano la mano con un attrito adesivo.
Aveva la gola arsa, ma l’idea di un altro sorso di quell’acqua tiepida la disgustò.
-Piuttosto muoio qui- si disse. E le scappò un po’ da ridere.
Il bar le comparve davanti come un miraggio: un locale dove a volte si fermava a pranzo; sul retro un cortile, con alberi grandi, e ombra.

Si lasciò andare su una poltroncina di vimini. Il cuscino floscio la accolse, la sedia cigolò adattandosi al suo corpo, e per un attimo fu un abbraccio morbido e crepitante. Dall’interno arrivava un filo di musica, sepolto sotto il tintinnio dei bicchieri e delle voci.
-Una Lemonsoda con ghiaccio, per favore.Le sembrò che la sua voce fosse un filo. Come quella di un’anziana sofferente.E quel per favore non era una forma di cortesia. Era una supplica.
Un attimo dopo il cameriere -codino, un orecchino d’oro, due baffetti curati- posò sul tavolo la lattina imperlata di goccioline fredde.
-Prego, Signora.
Lei bevve un sorso lungo. Il liquido aspro e gelido le scese dentro come acqua di un temporale su una terra arsa; le membra interne si distesero una a una. Chiuse gli occhi, si massaggiò le tempie, e sotto il tavolo sfilò le scarpe. Le dita dei piedi tornarono a vivere.

La musica, intanto, si era fatta nitida. Una voce acuta, irreale, una voce da un altro tempo.
La riconobbe con uno schianto nel petto. Quella voce, come una raffica di vento, lacerò di colpo il caldo solido e insieme tutto quello che lei aveva creduto sepolto nel passato: Kate Bush. Wuthering Heights.
Quarant’anni spariti in un secondo.
“Heathcliff, it’s me, your Cathy, I’ve come home…”
Quella voce, così conosciuta eppure così distante, le scese in profondità così remote che neppure lei conosceva.
Sentì dentro di sé qualcosa di inspiegabile, qualcosa che aveva passato decenni a soffocare e a spegnere. E ora, proprio mentre era lei che stava soffocando, proprio mentre credeva di essere ormai spenta, quel senso nasceva ancora più forte di allora.
“Heathcliff, it’s me, your Cathy, I’ve come home…”
Sedici anni. Tutto ancora davanti.
Delle voci giovani si avvicinarono e si posarono sul tavolino accanto. Lei tenne gli occhi chiusi.
-Ciao ragazze, cosa vi porto?
-Due Coca Cola, grazie.
Voci squillanti, impermeabili all’arsura.
Poi lo scatto di un accendino. E subito l’odore del fumo.
Un tempo avrebbe finto fastidio. Adesso invece, in quel torpore sognante, quel sentore denso e caldo le arrivò addosso come un balsamo. Inspirò a fondo, e il fumo le entrò in corpo come se a fumare fosse lei. C’era qualcosa di antichissimo in quelle volute amare: una porta che da ragazza si era aperta per un attimo, e che lei aveva subito richiuso.

Aprì gli occhi. Si voltò verso le ragazze e sorrise; non il sorriso-maschera per cui era sempre stata famosa -Eleonora sempre sorridente- ma uno di quelli che nascono da soli davanti a qualcosa di bello e inatteso.
Avranno avuto poco più di vent’anni. Jeans, t-shirt, Converse: una le aveva blu, l’altra rosse. Fumavano. Fumavano con gusto, parlando veloci e ridendo.
La vista di una di esse la colpì come uno schiaffo: i lineamenti netti, le forme morbide, i gesti un po’ frenati dalla timidezza.
Uno specchio deformato dal tempo.
Per la prima volta, dopo una vita intera, l’immagine di sé ragazza prese forma.

Non si era mai vista così. Ma ora le sembrava proprio di avere vent’anni o poco più. E di guardarsi allo specchio.
Si sfiorò il viso, e la sua mano le sembrò fresca.
La ragazza -nella sua testa la chiamò subito la giovane Eleonora- portava occhiali grandi, una montatura di plastica nera, massiccia.
Sfacciata. Persino.
Sbatté le palpebre nel bruciore delle sue lenti. Quanti occhiali così aveva sfiorato con gli occhi, senza il coraggio di portarli?
Invece solo montature sottili! Meglio ancora: le maledette lenti.
Adesso quel desiderio le scivolava dentro insieme all’odore delle sigarette, e a ogni respiro l’odore era più buono, e le regalava brividi profondi, di quelli che provava solo in certe notti.

Le ragazze accesero la seconda sigaretta dopo un sorso di Coca Cola. Lei finì la Lemonsoda e sentì il desiderio bruciante di fumare.
Pensò persino di alzarsi, di chiederne una. Ma non aveva mai fumato in vita sua. Restò a fingere di guardare il telefono, e ogni tanto un’occhiata: alle ragazze, ai loro sbuffi di fumo, e poi giù, a quelle Converse.
Le aveva desiderate tanto da ragazza.
Le aveva desiderate per tutta la vita.
Chiuse ancora gli occhi un istante: un settembre ancora caldo di tanti anni prima. Il muretto del liceo, quarta ginnasio e un mondo immenso difficile da decifrare. E lì, seduta su quel muretto, una ragazza magra e corrucciata: All Star che spuntavano dai Jeans consumati e una sigaretta fumata avidamente.
Avevano incrociato lo sguardo. La ragazza le aveva sorriso. E a lei era sembrato strano.
Ma poi l’aveva ritrovata nel banco accanto al suo. Ed erano diventate amiche. Amiche davvero.
Le chiamavano il diavolo e l’acquasanta. Ma lei si sentiva un diavolo imprigionato nell’acquasanta.
Già, Luisa. Chissà dov’era?
“Luisa ed Eleonora: le chiamavano il diavolo e l’acquasanta…”
Riaprì gli occhi e tutto le apparve nitido. Come quando il vento pulisce l’aria e i contorni di ogni cosa si fanno netti.
Guardando le due ragazze, respirando il loro fumo, sorbendo con gli occhi la forma desiderabile delle loro scarpe, provò una stratta di nostalgia per Luisa. E un dolore per non avere mai cercato di liberare il diavolo dall’acquasanta.
Prese il telefono: digitò “Converse All Star” .
Poi “Converse All Star female outfit”

Pinterest le mostrò, sfilze di immagini di outfit, e intanto lei continuava a respirare il fumo delle ragazze. Poi un’immagine: una donna non più giovane che cammina per Parigi con le All Star nere ai piedi, un abito di cotone chiaro, occhiali enormi alla Iris Apfel, tatuaggi sulle braccia, una sigaretta tra le dita.
Avrebbe potuto essere lei.
“Quella donna: avrebbe potuto essere lei…”
“Let me in…”
La voce acuta le risuonò dentro, e qualcosa cedette. Un brivido caldo la percorse tutta; sentì qualcosa fluire dentro di sé: il sudore mischiarsi con altro, persino qualcosa di umido che esondava dal suo corpo.
Non se ne vergognò affatto. Respirò ancora il fumo, sempre più buono, sempre più desiderabile. L’aria adesso le pareva attraversata da una brezza.
Infilò le scarpe -un dolore tremendo, ma sapeva che era l’ultimo. Si alzò, sorrise alle ragazze.
La giovane Eleonora, aspirando dalla sigaretta, rispose al sorriso, fece oscillare il piede dentro la Converse rossa, e disse piano: -Ciao.
Ciao. Ne fu travolta.
Uscì dal bar zoppicando. L’auto non era lontana. Dentro l’abitacolo la vampa la aggredì; spalancò i finestrini, condizionatore al massimo, prima, e via.

La Fiat 500 si infilò nel traffico rado di quel mezzogiorno di fuoco. A ogni cambio di marcia una scossa dai piedi piagati, ma a ogni cambio la meta più vicina. Poi le bocchette presero a soffiare aria gelida sulla faccia che un attimo prima stava per esplodere.
-Fanculo alle cose che fanno bene- urlò nell’abitacolo freddo.
E urlarlo fu un piacere nuovo.
Lasciò la borsa in macchina, nel garage.
Salì.
Dentro casa la blindata si chiuse con un clack pesante, e già le scarpe col tacco volavano nel corridoio: -Mai più!
I piedi finalmente liberi!

In bagno si strappò via le lenti che la torturavano da ore, le lasciò cadere nel lavandino. La gonna a terra, con i segni delle cuciture stampati sui fianchi; la camicetta in volo; il reggiseno nel lavabo; le mutandine fatte roteare e lanciate contro la parete. Uno spogliarello vero, mancava solo la voce roca di Joe Cocker.
Si fiondò al frigo, tracannò metà bottiglia di acqua gasata senza staccare la bocca dalla canna; una cascatella le grondava dal mento sul seno. L’arsura si staccava come una crosta secca strappata via dalle bollicine gelate. Sbatté la bottiglia sul tavolo come un boccale al saloon e lasciò uscire un rutto.
-Vaffanculo a tutto!
Non riconoscersi in quella “non veste” le parve bellissimo. -Figo- disse, e scoppiò a ridere.
Si lasciò andare nuda sul divano, puzzolente di sudore, gli occhi finalmente liberi dalla tortura delle lenti. L’aria fresca del condizionatore le pizzicava la pelle surriscaldata. Senza accorgersene portò indice e medio alla bocca, mimando il gesto di fumare.
Rivedeva le ragazze, la giovane Eleonora così bella e libera, la sigaretta, le Converse.
Si passò la punta della lingua sulla spalla sudata: acre, salato, buono.
Poi la mano scese tra le gambe e si accarezzò fino a un piacere che da tempo non raggiungeva.
Cadde in un sonno pesante.
Quando si svegliò, lo disse subito:
-Lo devo proprio fare.
-SÌ, LO FACCIO!
